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Il ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
Si riparte: «Formulo i miei migliori auguri agli studenti, ai genitori, a tutto il personale scolastico per l’apertura del nuovo anno che per molti aspetti si annuncia rivoluzionario», esordisce il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara.
Perché lo definisce rivoluzionario?
«Perché partono i nuovi programmi. Alle elementari e medie rimettiamo al centro l’italiano, potenziando lo studio della grammatica e della sintassi. Puntiamo su quello slogan che ho più volte evidenziato: carta, libro, penna. E infatti anche la calligrafia e il corsivo avranno il loro peso. Ritorna centrale lo studio della storia dell'Occidente. C’è poi la rivoluzione della matematica, per far sì che anche chi non ha il bernoccolo dei numeri possa appassionarsi».
Sulla matematica i recenti risultati delle prove Invalsi non sono stati esaltanti …
«Proprio per questo siamo intervenuti. La matematica è fondamentale. Si partirà dalla osservazione della realtà, per arrivare a scoprire la teoria».
Alla vecchia moda insomma. I mattoncini, il righello, le equivalenze con le pere, le mele, le ciliegie…
«Sul dato del reale abbiamo impostato una delle prove di matematica alla maturità di quest’anno per i licei scientifici. In quella prova si partiva dall’abbassamento delle acque del lago di Bracciano e dal terremoto del Friuli per arrivare alle formule matematiche che ci consentono di spiegare questi fenomeni».
Lei insiste sullo slogan “carta, libro, penna”. Un paradosso nell’anno in cui la scuola dovrà confrontarsi con l’Intelligenza Artificiale.
«Proprio nell’era dell’Intelligenza Artificiale non dobbiamo dimenticare l’intelligenza umana. Tutti gli studi scientifici hanno dimostrato che l’uso intensivo e precoce del cellulare non consente ai bambini di attivare quelle aree cerebrali che invece la lettura del libro cartaceo e la scrittura manuale consentono di sviluppare. È per questo che ho vietato l’uso del cellulare in classe, anche a scopo didattico. Non è un caso che lo abbia fatto quest'anno anche la Svezia».
E il corpo docente è preparato alla sfida dell’IA?
«Dobbiamo prepararlo. Proprio da questo punto di vista ci siamo mossi su diverse direttrici. Abbiamo investito 400 milioni di euro per la formazione sul digitale del personale scolastico; introdotto nelle nuove linee guida sull’educazione civica la formazione alla consapevolezza delle potenzialità e dei rischi dell’IA. A questo proposito abbiamo anche avviato con Indire corsi per la formazione degli insegnanti. E infine abbiamo stanziato 100 milioni di euro per diffondere l'utilizzo della intelligenza artificiale nelle scuole. La comprensione del linguaggio IA entrerà nelle scuole già alle primarie. Nelle superiori introduciamo invece l'intelligenza artificiale per potenziare lo studio delle materie Stem».
Tornano anche le poesie a memoria alle elementari. Si torna all’antica.
«È necessario per non spegnere la memoria dei nostri bambini. Perché sappiamo perfettamente che, tra i danni dell’abuso precoce del cellulare e dei social, vi sono la diminuzione dell’attenzione, della creatività, della fantasia e della memoria. E poi perché le poesie rappresentano un patrimonio espressivo, di immagini, una ricchezza di sensibilità che è giusto che i nostri bambini posseggano».
Ce n’è una che ama particolarmente?
«A me piace moltissimo L’Infinito di Leopardi. Quello che mi ha colpito e mi è rimasto, avendola studiata a memoria – all’epoca la sapevo perfettamente fino all’ultimo verso – è quella bellissima immagine del guardare oltre e l’idea di questa infinitezza delle potenzialità della mente umana, della ricerca dell’uomo al di là dell’ostacolo, del perdersi nell'immensità. Io la leggo come una straordinaria apertura verso la libertà interiore. Ricordo il Cinque Maggio del Manzoni. Alle elementari La cavallina storna, di Pascoli».
Accanto alla poesia tradizionale, inserirebbe anche i cantautori italiani? Mogol-Battisti, De André, De Gregori, Guccini …
«Come no. Lo abbiamo già previsto per i licei. I brani dei cantautori, ovviamente quelli che hanno un certo livello e una certa valenza poetica, possono essere tranquillamente oggetto di studio, così come abbiamo previsto che lo sia il melodramma, da Verdi a Puccini».
Fra le letture previste dai nuovi programmi per le elementari e per i licei c'è anche la Bibbia. I laicisti non storceranno il naso davanti all’inserimento di un testo religioso, nei programmi di una scuola statale?
«Noi siamo convintamente occidentali e all’interno della cultura occidentale, a differenza di tante altre culture, c’è la laicità dello Stato, che ha un fondamento proprio nei Vangeli (“date a Cesare quel che è di Cesare..., Il mio Regno non è di questo mondo”). Su questo tema Gabrio Lombardi, che fu mio maestro, scrisse parole molto belle. Inoltre come si può non conoscere alcuni elementi fondamentali di questo messaggio, che è un messaggio universale e che ha caratterizzato la nostra civiltà, la letteratura, la musica, l'arte ma anche valori e stili di vita? E’ un fenomeno culturale che come tale va conosciuto. Non dimentichiamoci, fra l’altro, che la Bibbia rappresenta la radice storica e spirituale delle tre religioni monoteiste. Diventa un grande strumento culturale di dialogo e di conoscenza».
Lei insiste in particolare sull’Odissea. Perché?
«L’Odissea è di una straordinaria modernità, più dell’Iliade. Pensiamo all’Ulisse di Joyce. L’Odissea è il mito, l’emblema, l’essenza dell’uomo moderno: quella ricerca continua, il viaggio, la sperimentazione, l’incontro con culture diverse, con popoli diversi, la sfida finale. Anche l’Eneide: Theodor Häcker definì Virgilio "padre" dell’Occidente».
Veniamo alla legge sul consenso informato sull’educazione sessuale. Qual è l’obiettivo pedagogico che intendete perseguire?
«Il consenso informato sulle teorie di genere è una grande questione di libertà educativa ed è uno strumento per difendere i nostri bambini. Intendiamoci: l’educazione sessuale in senso biologico è obbligatoria: parliamo delle differenze sessuali uomo-donna, del concepimento, della procreazione, dello sviluppo puberale con tutto quello che comporta sulla sessualità e, per la prima volta, la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. C’è poi tutto il tema dell’educazione al rispetto, alle relazioni corrette, all’empatia, al contrasto della violenza di genere. Quindi quando qualcuno dice che la legge sul consenso informato impedisce la lotta contro i femminicidi, impedisce la lotta contro le violenze sessuali e non consente di educare al rispetto, dice una cosa falsa, perché proprio noi abbiamo per la prima volta messo tutto questo come obiettivo obbligatorio di apprendimento».
Che cosa riguarda, allora, il consenso informato?
«Si riferisce a quelle teorie secondo cui l’identità sessuale dipenderebbe da fattori culturali e non avrebbe un carattere fondamentalmente biologico. Su queste teorie ci sono persino dei libriccini proposti ai bambini, scritti apposta per loro, si trovano nelle librerie e addirittura in qualche corso di scuola elementare. Vi si legge “Perché ti devi necessariamente sentire maschio o femmina? Tu in realtà potresti sentirti maschio e femmina insieme, oppure nessuno dei due; potresti, se sei maschio, sentirti femmina o viceversa, oppure anche qualcosa d’altro che non sia né maschio né femmina”. Se io vado a spiegare a dei bambini cose di questo tipo, danneggio il loro sviluppo identitario. Lasciamo stare i bambini. Poi, quando saranno più grandi, alle medie e alle superiori, saranno i genitori che decideranno, dopo essere stati adeguatamente informati, se affrontare o approfondire questi temi. E fra l’altro non su percorsi tenuti da associazioni che hanno scopi di indottrinamento, ma da scienziati, psicologi, psichiatri, persone che siano formate in modo specialistico. Se i genitori non lo vorranno, la scuola dovrà mettere a disposizione un corso alternativo, di italiano, di storia, di matematica».
Si discute molto della cosiddetta cultura woke, oggi messa in discussione anche da una parte della sinistra. Negli anni passati si è tentato di introdurla anche nella scuola?
«Come no. Certo che si è tentato. Si è tentato anche nei libri di testo, nella pubblicistica. Penso a tutti quei corsi sull’identità di genere tenuti da varie associazioni. Dobbiamo poi chiarire che cosa sia questa teoria woke, perché altrimenti i ripudi rischiano di essere puramente di facciata. Innanzitutto c’è la teoria gender e quindi il discorso dell’identità di genere (lo schwa, l’abolizione dei termini maschio e femmina, i nomi gender neutral). Poi c’è l'utilizzo improprio della lotta contro il patriarcato».
Non la ritiene una giusta causa?
«Il superamento del patriarcato è stato sacrosanto. Ma dobbiamo chiarire cosa si intende per patriarcato. Se intendiamo i poteri di supremazia attribuiti al padre/marito all'interno della famiglia, in Italia sono stati abrogati con la riforma del 1975 del diritto di famiglia. Il pensiero woke utilizza in modo improprio questo termine per fare la guerra alla figura del padre e quindi anche della madre, per attaccare l'istituto della famiglia. È per questo che io preferisco parlare di lotta contro la cultura maschilista, di cui il patriarcato è stato una applicazione giuridica storicamente data. L’attacco contro le figure che incarnano la famiglia va di pari passo con le teorie gender, è l'altra faccia della stessa medaglia. Il wokismo afferma poi il diritto a immigrare, così come la colpevolizzazione dell’Occidente e dello studio della sua storia. Arriva a colpire alcuni simboli identitari dell'Occidente: non solo monumenti, ma anche le festività tradizionali, a iniziare dal Natale trasformato in festa dell'inverno. Ma l’Occidente ha messo al centro la persona umana, la libertà, la democrazia, un grande patrimonio che non può essere dimenticato o svilito».
Parliamo delle scuole paritarie, spesso considerate una cenerentola della scuola.
«Proprio perché noi riteniamo, a differenza della gran parte delle forze politiche di opposizione, che le scuole paritarie rappresentino una ricchezza importante e facciano parte di un sistema pubblico di istruzione, abbiamo avviato una serie di riforme importanti. Da due anni i docenti possono conseguire l’abilitazione utilizzando anche il servizio svolto nella scuola paritaria. Prima, se volevi abilitarti, dovevi licenziarti dalla scuola paritaria e andare a fare il tuo percorso in quella statale. Abbiamo esteso i fondi PNRR anche alle scuole paritarie, che ne erano escluse: sono circa 160 milioni di euro. Abbiamo inoltre aumentato in modo sensibile i finanziamenti alle paritarie. Ma la vera e propria rivoluzione è il buono scuola, che contribuisce alla libera scelta delle famiglie. Già 7 mila famiglie, ad oggi, hanno usufruito di questa nuova misura utilizzando 9 milioni dei 20 messi a disposizione. Dobbiamo rendere strutturale il buono scuola e dobbiamo anche aumentarlo».
Il calo delle nascite può almeno consentire di ridurre il numero degli alunni nelle classi ed eliminare definitivamente le cosiddette “classi pollaio”?
«Le classi pollaio praticamente, e questi sono i dati Invalsi, non esistono più in Italia. Le classi con più di 27 studenti rappresentano percentuali veramente irrisorie. È importante oggi, semmai, evitare la chiusura di quei plessi situati nelle zone più problematiche e disagiate, come le scuole di montagna o delle isole, anche per non scoraggiare la natalità».
Che cosa pensa della proposta di Vannacci di creare classi per soli alunni portatori di disabilità e di classi distinte in base al merito?
«Sono assolutamente contrario. La mia proposta è esattamente l’opposto: tutti gli studi dimostrano che per valorizzare i tanti e diversi talenti di ognuno occorre puntare sull’integrazione non sulla ghettizzazione. È semmai la formazione che va personalizzata, ma questo è un altro discorso».
Lei ha parlato anche di un tetto del 30 per cento di studenti di origine straniera. Esiste una percentuale ideale?
«Al di là delle percentuali, le classi non dovrebbero avere una maggioranza o addirittura la totalità di ragazzi stranieri. Così si creano le classi ghetto. Gli studi testimoniano che dove vi è una forte concentrazione di studenti con scarsa conoscenza della lingua nazionale vi sono rendimenti proporzionalmente peggiori anche perché non vi è la possibilità di un contagio positivo. Se in una classe hai l’80 per cento di ragazzi stranieri che non conosce bene la nostra lingua, questi studenti faranno molta più fatica, e anche l’altro 20 per cento avrà maggiori difficoltà. Inoltre si realizza una scarsa identificazione con la comunità scolastica. Il discorso non vale per lo straniero che è nato in Italia, che ha frequentato già anni di scuola italiana e che ha già assimilato la nostra cultura. Per questo motivo ho anche proposto di rendere obbligatorio lo studio dell'italiano per i genitori i cui figli hanno serie difficoltà scolastiche. Non si può disimparare a casa quello che si è imparato a scuola: il fatto che un genitore conosca la nostra lingua, possa seguire quello che il figlio fa a scuola e interagisca con i docenti, è importante».






