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C'è una domanda che la sentenza del tribunale di Roma, quella che ha assolto Roberto Saviano dall'accusa di diffamazione per aver chiamato Matteo Salvini «ministro della mala vita», non risolve, e che anzi rende più urgente. Non è una domanda tecnica, di diritto penale o di libertà di stampa, anche se tocca entrambi i temi. È una domanda di carattere civile e, diciamolo, anche morale: come si misura il confine tra il legittimo ricorso alla giustizia e l'uso del diritto come strumento di pressione su chi critica chi governa? La sentenza è arrivata. Otto anni dopo. E l’Italia ha il dovere di ragionarci su.


I fatti, nell'ordine in cui sono accaduti
Bisogna ripartire dall'inizio, perché le storie raccontate in frammenti finiscono sempre per diventare incomprensibili. Roberto Saviano è uno scrittore e giornalista campano. Nel 2006 pubblicò Gomorra, libro che racconta l'universo economico e criminale della camorra, e che lo portò quasi immediatamente nel mirino dei Casalesi, uno dei clan camorristici più potenti d'Italia. Il 13 ottobre 2006, dopo minacce e intimidazioni documentate, l'allora ministro dell'Interno Giuliano Amato decise di assegnargli la scorta. Non era un atto simbolico né un privilegio: era la risposta istituzionale a un pericolo accertato.
Nel marzo 2008, durante il processo Spartacus, il maxiprocesso al clan dei Casalesi, il legale dei boss Francesco Bidognetti e Antonio Iovine lesse in aula un documento intimidatorio contro Saviano e la giornalista Rosaria Capacchione. Un attacco frontale e mafioso, volto a delegittimare chi osava raccontare gli affari del clan. Nel 2021, i giudici della quarta sezione penale del tribunale di Roma condannarono il boss Francesco Bidognetti a un anno e sei mesi di carcere per minacce aggravate dal metodo mafioso. La condanna fu confermata in appello nel luglio 2025.
Nello stesso 2008, per precauzione, Saviano lasciò temporaneamente l'Italia. Da quel momento la sua vita cambiò struttura: niente solitudine, niente libertà di movimento ordinaria, niente anonimato. Una gabbia di protezione che lo accompagna da quasi vent'anni.
Il 2017: la scorta come arma politica
Nel 2017, in campagna elettorale, Salvini pubblicò un post su Facebook in cui scriveva: «Se andiamo al governo, dopo aver bloccato l'invasione, gli leviamo anche l'inutile scorta. Che dite?». Non era ancora ministro. Era in campagna elettorale. E quella frase, rivolta a un uomo sotto protezione per minacce mafiose accertate, non era una posizione tecnica sulla gestione delle risorse dello Stato. Era qualcosa d'altro: un appello al consenso costruito sull'identificazione di un nemico, in questo caso uno scrittore che aveva criticato le posizioni leghiste sull'immigrazione.
Vale la pena notarlo senza indulgere in giudizi di parte: chiunque voglia discutere pubblicamente della legittimità di una scorta ha il diritto di farlo. Ma farlo attraverso un post sui social, rivolgendosi ai propri sostenitori con una domanda retorica, «che dite?», trasforma una questione di sicurezza pubblica in uno strumento di mobilitazione. La scorta di Saviano, in quel momento, smetteva di essere una misura di protezione e diventava un totem politico.
Il 2018: il Viminale e le dichiarazioni sulla scorta
Nell'estate del 2018, quando Salvini diventa ministro dell'Interno nel governo Conte I, dichiarò ad Agorà: «Saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio, perché mi pare che passi molto tempo all'estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani».
Qui occorre una precisazione importante, perché è il cuore della questione istituzionale. L'assegnazione della scorta a una persona viene decisa dal ministero dell'Interno, sulla base delle valutazioni fatte dall'Ufficio Centrale Interforze per la Sicurezza Personale (UCIS), un ufficio specializzato che decide anche il numero di agenti e di mezzi da mettere a disposizione. Il ministro dell'Interno, quindi, non è un soggetto neutro rispetto a quella decisione: ha competenze dirette, o comunque un'influenza istituzionale su quel processo. Quando un ministro dell'Interno afferma pubblicamente che «valuterà» se una persona sotto scorta per minacce mafiose «corra ancora dei rischi», sta esercitando, o lasciando intendere di poter esercitare, una pressione che ha un peso specifico ben diverso da quello che avrebbe la stessa dichiarazione fatta da qualunque altro cittadino.
Come risposta, Saviano pubblicò un video sui suoi account social in cui chiamava Salvini «ministro della mala vita».


L’eredità (dimenticata o rimossa?) di Salvemini: una critica che ha cent'anni
L'espressione non era un'invenzione di Saviano. Come ha dichiarato lo scrittore: «"Ministro della mala vita" appartiene a Gaetano Salvemini, che la usò nel 1910 contro Giolitti per denunciare un modo di esercitare il potere fondato sulla paura, sul consenso facile, sull'uso della forza contro i più deboli. Ma soprattutto Salvemini lo usò per descrivere l'attitudine predatoria che Giolitti aveva nei confronti del Sud Italia: sfruttato come bacino di voti e poi abbandonato».
Gaetano Salvemini era un grande storico e intellettuale italiano, meridionalista, antifascista, che scrisse quel pamphlet contro Giolitti in un momento in cui la critica al potere era essa stessa un atto di coraggio civile. Saviano rivendicava esplicitamente quella genealogia: non stava insultando Salvini, sosteneva la difesa, stava inserendosi in una tradizione secolare di denuncia del potere attraverso le parole. Il tribunale di Roma ha accolto questa tesi, riconoscendo che l'espressione rientrava nel legittimo diritto di espressione e critica.


Doveri di cronaca
Va detto, e va detto con la stessa chiarezza con cui si ricostruisce il resto, che durante il mandato di Salvini al Viminale, tra il giugno 2018 e il settembre 2019, le forze dell'ordine condussero numerose operazioni di rilievo contro la criminalità organizzata. Blitz contro clan mafiosi in Puglia, sequestri legati alla 'ndrangheta nel reggino, operazioni contro cosche palermitane: l'attività antimafia della polizia di Stato e dei carabinieri non si fermò, e Salvini non mancò di rivendicarla pubblicamente, spesso con comunicazioni dirette sui social. È un dato che appartiene al quadro e non può essere ignorato.
Appartiene al quadro, però, anche un'altra circostanza. Nel dicembre del 2018, Salvini annunciò via Twitter l'arresto di quindici presunti appartenenti alla mafia nigeriana a Torino prima che l'operazione fosse completata. Il procuratore capo di Torino Armando Spataro protestò pubblicamente, sostenendo che quella comunicazione anticipata avesse danneggiato un'indagine ancora in corso. Era una tensione che rivelava qualcosa di strutturale: il rischio che la lotta alla criminalità organizzata diventasse, nelle mani di chi la comunica, uno strumento di visibilità prima ancora che di giustizia.
E poi c'è il caso Paolo Arata, ex consulente per l'energia con legami alla Lega, finito sotto indagine con l'accusa di intestazione fittizia aggravata dall'articolo 7 — il metodo mafioso — e corruzione, con un coinvolgimento che toccava ambienti vicini al partito di Salvini stesso. Non è una nota a margine: è il dettaglio che rende più acuta la domanda attorno a cui ruota tutta questa vicenda. Quand'è che la parola «mafia» diventa una categoria politica, uno strumento di campagna, e quando invece si sta parlando davvero di cosa nostra, di 'ndrangheta, di clan che minacciano scrittori in aula durante i processi? La risposta non è scontata. Ma la domanda è necessaria.
Otto anni di processo
Dopo otto anni si chiude il processo per diffamazione nato da quella denuncia del 2018. Otto anni sono un tempo lungo nella vita di una persona. Lo sono ancora di più nella vita di un uomo che vive sotto protezione, che non può muoversi liberamente, che porta il peso quotidiano di una esistenza blindata.
Lo stesso Saviano, commentando la sentenza, ha dichiarato: «Mi sono dovuto difendere in questo processo per otto lunghi anni, mentre Salvini, chiamato a testimoniare, non si presentava in aula adducendo i più fantasiosi degli impedimenti. Ma questo processo sarebbe potuto durare anche cent'anni, una cosa è certa: per quanto aspra sia la critica, le parole non possono essere messe sotto accusa quando raccontano il potere».
Salvini, dal suo lato, ha replicato alla sentenza parlando di «giudici ideologicamente schierati» e annunciando l'intenzione di presentare una nuova querela. Per cosa, non è ancora chiaro.
La domanda che resta
C'è un aspetto di questa vicenda che merita di essere tenuto separato da ogni considerazione sulle persone coinvolte, che restano due figure divisive nella pubblica opinione italiana. È un aspetto strutturale, che riguarda il rapporto tra potere politico e critica civile.
Un ministro dell'Interno ha il diritto di querelare chi lo critica. È un diritto garantito dalla legge a ogni cittadino, e non vi è ragione perché chi ricopre cariche pubbliche ne sia privato. Ma quando il titolare del Viminale, il ministero che gestisce la sicurezza pubblica e sovrintende indirettamente alle misure di protezione personale, avvia un procedimento giudiziario contro qualcuno che è sotto scorta per minacce mafiose, e lo fa dopo aver dichiarato pubblicamente di voler «valutare» se quella scorta fosse ancora necessaria, si crea una sovrapposizione di piani che merita di essere nominata con chiarezza.
Non si tratta di stabilire le intenzioni di nessuno. Si tratta di prendere atto che un percorso giudiziario lungo otto anni, durante il quale, peraltro, Salvini non si è presentato a testimoniare, ha pesato sulla vita di un privato cittadino italiano che stava esercitando il suo diritto di critica politica. Il tribunale ha detto che quella critica era legittima. La storia di questo paese ha già visto, troppe volte, le parole trasformarsi in reato quando a pronunciarle erano i più esposti.
Il paradosso è totale: chi è stato condannato ha un nome, il mafioso dei Casalesi Francesco Bidognetti. Ma il nome che per anni è rimasto al centro del dibattito pubblico è un altro: Roberto Saviano. Chi è stato minacciato viene esposto, chi ha minacciato scompare dalla narrazione.
La sentenza del tribunale di Roma ha detto una cosa semplice e importante: le parole che raccontano il potere non possono essere messe sotto accusa. È una affermazione che vale per tutti. E che un paese che si interroga sul proprio rapporto con la legalità, con le mafie, con la libertà di stampa, con la difesa di chi denuncia, farebbe bene a tenere a mente, indipendentemente da chi è seduto sul banco degli imputati e da chi, invece, ha smesso di presentarsi in aula.


