Come raggiungere le coppie che hanno fallito nel loro disegno di amore? Ci sono i separati (divorziati) e quanti, da separati (divorziati), si sono risposati oppure semplicemente convivono con altro partner. È un interrogativo, oggi soprattutto, al centro della pastorale della Chiesa. Il primo atteggiamento che intende seguire è l’ascolto. Ogni caso è unico e non inquadrabile in categorie generiche. Il termine separati include situazioni diverse le une dalle altre; come quello di divorziati risposati; e così di altre categorie ancora, come i cattolici sposati solo civilmente. «Sarà cura dei pastori e della comunità ecclesiale conoscere tali situazioni e le loro cause concrete, caso per caso» (Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia,1993).
Soltanto la conoscenza, la più oggettiva possibile, conduce a trovare proposte pertinenti nella prospettiva della verità e della carità: mai l’una senza l’altra. Se in nome della verità, la Chiesa annuncia, difende, promuove il valore (bene) indissolubile dell’unione coniugale, non può non manifestare e rendere presente la misericordia e il perdono del suo Signore a quanti - per cause diverse - hanno mancato al disegno di amore.
Proposte di aggiornare la attuale prassi della Chiesa sono possibili. Tuttavia, è determinante che la normativa attuale sia compresa e vissuta in termini di salvezza e non di punizione. In questi ultimi decenni, la Chiesa ha ripetutamente ricordato ai separati (divorziati) e risposati che, in forza del battesimo, sono dentro e non fuori dalla Chiesa.
Non si è limitata a spiegare (in realtà senza riuscirci) il significato del divieto della Comunione eucaristica, che non ha nulla di vendicativo o di punitivo. Si è preoccupata molto di più a indicare le strade che sono aperte: la partecipazione alla liturgia penitenziale ed eucaristica (pentimento interiore e comunione spirituale); la partecipazione alla vita della Chiesa e alle iniziative di carità e di giustizia nel mondo.
La Chiesa, pastori e fedeli laici, si accompagna a tutti: a quelli che chiedono i sacramenti e - ancora più - a quelli che non li chiedono più, persuasi che sono ormai sono fuori dalla comunità dei credenti. Sull’esempio di Gesù risorto, che si è accompagnato ai due discepoli di Emmaus senza speranza («speravamo»), la Chiesa si sente in dovere di prendere l’iniziativa di incontrare «i feriti dell’amore», condividere la loro sofferenza, porre domande pertinenti, chiarire i dubbi, condurre a leggere gli eventi fino a che, dopo la sosta con il divino Viandante, possano riprendere con speranza il cammino verso Dio e i fratelli.
Soltanto la conoscenza, la più oggettiva possibile, conduce a trovare proposte pertinenti nella prospettiva della verità e della carità: mai l’una senza l’altra. Se in nome della verità, la Chiesa annuncia, difende, promuove il valore (bene) indissolubile dell’unione coniugale, non può non manifestare e rendere presente la misericordia e il perdono del suo Signore a quanti - per cause diverse - hanno mancato al disegno di amore.
Proposte di aggiornare la attuale prassi della Chiesa sono possibili. Tuttavia, è determinante che la normativa attuale sia compresa e vissuta in termini di salvezza e non di punizione. In questi ultimi decenni, la Chiesa ha ripetutamente ricordato ai separati (divorziati) e risposati che, in forza del battesimo, sono dentro e non fuori dalla Chiesa.
Non si è limitata a spiegare (in realtà senza riuscirci) il significato del divieto della Comunione eucaristica, che non ha nulla di vendicativo o di punitivo. Si è preoccupata molto di più a indicare le strade che sono aperte: la partecipazione alla liturgia penitenziale ed eucaristica (pentimento interiore e comunione spirituale); la partecipazione alla vita della Chiesa e alle iniziative di carità e di giustizia nel mondo.
La Chiesa, pastori e fedeli laici, si accompagna a tutti: a quelli che chiedono i sacramenti e - ancora più - a quelli che non li chiedono più, persuasi che sono ormai sono fuori dalla comunità dei credenti. Sull’esempio di Gesù risorto, che si è accompagnato ai due discepoli di Emmaus senza speranza («speravamo»), la Chiesa si sente in dovere di prendere l’iniziativa di incontrare «i feriti dell’amore», condividere la loro sofferenza, porre domande pertinenti, chiarire i dubbi, condurre a leggere gli eventi fino a che, dopo la sosta con il divino Viandante, possano riprendere con speranza il cammino verso Dio e i fratelli.




