Ancora un femminicidio, di nuovo un uomo che uccide la moglie a coltellate. È successo a Bergamo, mercoledì 18 marzo, quando il cinquantenne Vincenzo Dongellini si è scagliato conto la moglie Valentina Sarto, 42 anni, di professione barista, nella loro casa alla periferia nord della città. Il delitto è avvenuto in tarda mattinata, quando l'uomo ha colpito più volte la donna per poi cercare di togliersi la vita, prima ingerendo della candeggina e poi ferendosi con lo stesso coltello. Ora si trova piantonato, non in gravi condizioni, all'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, in stato di arresto per omicidio volontario. Ma com’è possibile che sia successo ancora una volta? Ne parliamo con Ilaria Boiano avvocata e giurista di Differenza Donna.

Avvocata cosa scatta? Possesso? Frustrazione?

«Ridurre il femminicidio alla frustrazione o a una perdita di controllo è fuorviante. Quello che vediamo, nella maggior parte dei casi, è l’esito di una dinamica di controllo e dominio già presente nella relazione. La parola chiave non è tanto “frustrazione”, ma potere: l’idea che la donna non sia libera di sottrarsi, di decidere, di interrompere la relazione. Quando questa pretesa viene messa in discussione — una separazione, un rifiuto, un’autonomia crescente — la violenza può intensificarsi fino all’esito estremo. Non è un’esplosione improvvisa: è spesso un continuum di prevaricazioni limitazioni e denigrazioni».

Possibile che nessuno abbia visto nulla? Qual è il ruolo dei familiari?

«Questa è una domanda che torna sempre ed è comprensibile. Ma va affrontata con cautela. Spesso i segnali ci sono, ma sono normalizzati (“è geloso perché ci tiene”, “litigano come tutte le coppie”); sono invisibili dall’esterno (controllo economico, isolamento, svalutazione); oppure la donna non è nelle condizioni di parlarne, per paura, dipendenza o mancanza di alternative. Il ruolo dei familiari e della rete è fondamentale, ma non può essere letto solo in termini di “perché non hanno fatto qualcosa”. Serve piuttosto chiedersi: abbiamo strumenti culturali e sociali per riconoscere quella violenza? E ancora: quando viene riconosciuta, le risposte istituzionali sono efficaci e accessibili? Bisogna investire nella sensibilizzazione e nelle campagne informative a tappeto».

Ilaria Boiano, avvocata di Differenza Donna

Perché distinguere il femminicidio dall’omicidio? È più grave?

«Giuridicamente, l’omicidio è già il reato più grave. La distinzione non serve a “fare una classifica del dolore”. Serve a rendere visibile un dato: il femminicidio non è un reato qualsiasi, ma si colloca dentro una struttura di disuguaglianza di genere».

Cosa significa nominarlo?

«Nominarlo significa: riconoscere che esiste un pattern ricorrente (relazioni intime, separazioni, controllo, possesso); evitare la neutralizzazione (“tragedia familiare”, “lite degenerata”); orientare politiche pubbliche mirate. È una categoria per capire meglio e prevenire».

Da dove si riparte? Quanto fa la prevenzione?

«Qui sta il punto più importante. Se continuiamo a intervenire solo dopo, restiamo sempre un passo indietro.

La prevenzione non è uno slogan, è un lavoro lungo e strutturale:

• educazione alle relazioni fin dall’infanzia: riconoscere il consenso, il limite;

• decostruzione degli stereotipi di genere: l’idea che l’amore implichi possesso, che la gelosia sia prova di sentimento;

• lavoro con i ragazzi e gli uomini: sulla gestione delle emozioni, del rifiuto, della frustrazione senza trasformarla in violenza;

• rafforzamento dei centri antiviolenza e delle reti territoriali, che sono spesso il primo luogo di emersione;

• formazione di chi intercetta i segnali (scuola, sanità, forze dell’ordine, magistratura).

La violenza non nasce all’improvviso: si costruisce dentro relazioni, linguaggi, modelli culturali. E proprio per questo può essere prevenuta».