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Panico zero. E’ la prima regola della Scuola internazionale di alta formazione di etica e sicurezza aperta dalla professoressa Paola Guerra e dal marito Alberto Anfossi, entrambi esperti di gestione del rischio e dell’emergenza. Lo scopo dell’istituto è quello di formare professionisti in grado di gestire rischi legati all’emergenza di imprese o di enti locali. L’idea, meritoria (a scanso di equivoci , diciamo per inciso che non c’è nessuna parentela con chi scrive a dispetto del medesimo cognome) nacque poche ore dopo il terremoto dell’Aquila, quel terribile 6 aprile 2009. “La Tv e la radio mandavano in continuazione notizie di quella catastrofe”, ricorda Paola Guerra Anfossi. “ Così ci è venuta voglia di aiutare quella gente. Come? Non essendo volontari di protezione civile o della Croce rossa, abbiamo deciso di impiegare il nostro vissuto, le nostre conoscenze e di metterle a servizio degli aquilani. Io ho insegnato Gestione del rischio all’Università Bocconi, poi all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ho creato una rete di colleghi e di manager, abbiamo iniziato a incontrarci su quest’idea. E così, a maggio, già era operativa la scuola. Oggi abbiamo due sedi: una all’Aquila e l’altra a Milano”.
Perché ha coniugato l’etica e la sicurezza? Cos’ha a che fare l’etica con la sicurezza?
“Nella prevenzione di un rischio l’elemento centrale è l’essere umano. Di conseguenza le scelte che si debbono fare devono essere guidate da principi e valori etici. Il presupposto per la sicurezza è proprio l’etica. In un’azienda io devo cercare di prevenire comportamenti dolosi. Le faccio un esempio: se spiego l’importanza di non divulgare informazioni riservate e poi sono io il primo che lo faccio, o non spiego alle persone l’importanza di un comportamento del genere, le persone ritengono di poterlo fare, sono un cattivo maestro. Ci sono degli eventi umani che sono il frutto di comportamenti non etici. Ma anche nei disastri naturali come i terremoti o le alluvioni, se devo preparare la popolazione a gestire una catastrofe o qualunque altro evento che gli americani chiamano “act of God”, un atto di Dio, devo costantemente scegliere tra bene e male”.
Può farci un esempio di etica e gestione del rischio?
“ All’Aquila, prima del terremoto, ci sono state 100 scosse in sei mesi, tutta una serie di segnali non certo deboli. Eppure nessuno ha fatto nulla per mettere la popolazione sull’avviso. Ma non sarebbe eticamente giusto, a livello locale, che una famiglia venisse preparata a un eventuale disastro? E invece quando sono usciti dalle case, dopo il sisma, nessuno sapeva dove andare e cosa fare. Non servono leggi, ma comportamenti basati sul diritto naturale, sul buon senso, quello che attiene al buon padre di famiglia, come si legge nei libri di diritto”.
In quali disastri non ha visto manifestarsi quest’etica?
“Non l’ho mai vista, a parte delle eccezioni storiche che poi le dirò. Essendo noi italiani di cultura latina confidiamo nelle nostre ottime capacità di gestire l’vento quando accade e sul fatto che abbiamo Croce Rossa, Protezione Civile, Vigili del fuoco molto preparati. Ma non è che deve essere demandato tutto a loro. La coscienza individuale dovrebbero farsi carico di questa responsabilità, etica prima che giuridica. Preparare le persone a comunicare il rischio, fare delle esercitazioni, non sono perdite di tempo ma attività fondamentali nel sollecitare la “resilienza” rapida di una persona. Se non lo faccio ho delle responsabilità etiche”.
Insomma noi italiani nel prepararci ai disastri abbiamo uno scarso senso etico…
“Bisogna imparare di più dai Paesi anglosassoni, che hanno un approccio più orientato alla preparazione della popolazione. Siamo il Paese a più alto rischio idrogeologico e sismico. Ma al di là di redigere dei piani di emergenza, come li comunichiamo alla gente? E’ raro chiedere “se capitasse un attentato, tu sai come fare?” e sentirsi rispondere di sì. Dovremmo investire soprattutto in energie e competenze organizzative e tecnologiche per fare in modo che ogni persona sia attenta ai rischi e alle emergenze, sapendo che non sono eventi così improbabili, che non sono dei cigni neri, come scriveva Nassim Nicholas Taleb, ma dei cigni bianchi, dunque possibili da incontrare, ahimé”.
La mancanza di senso etico nella prevenzione delle catastrofi o delle varie crisi è paragonabile al reato di omissione nella religione cristiana?
“Secondo me sì. Dal punto di vista cristiano lo si può inquadrare in quest’ottica. Ieri sono stata alla visita pastorale del cardinale Scola. Mi ha colpito un punto centrale che lui ha sottolineato: il chiedersi per chi facciamo le cose tutti i giorni e con che grado di responsabilità in quanto soggetti educanti. Ognuno di noi ha una responsabilità nelle cose che fa, dunque anche nella gestione dei rischi. Dovremmo smettere di pensare che comunicare il rischio faccia spaventare il prossimo. Il prossimo va solo educato a gestire il possibile rischio”.
A chi si svolge la vostra scuola?
“A chi vuole fare questo mestiere per professione e a chi lo fa già e vuole perfezionarsi, soprattutto sul piano ambientale e informatico”. Alla fine si diventa un risk manager o un chrysis manager o un emergency manager, comunque lo si voglia chiamare, una persona deputata dentro l’azienda o dentro un ente locale o un’istituzione a gestire tutto ciò che ha a che fare con la crisi. E’ una figura che si sta diffondendo, soprattutto dentro le grandi aziende, mentre negli enti pubblici è ancora poco frequente nonostante ce ne sia un gran bisogno. C’è molto da fare per andare a formare questi manager”.
Può darci una definizione più dettagliata di manager del rischio?
“E’ un esperto del rischio e dell’emergenza pura, di disastri veri e propri, non infrequenti nelle aziende e negli enti locali. Disastri ambientali, terremoti, alluvioni, incidenti di ogni tipo, attentati, furti, incendi dolosi e non, truffe, contraffazioni. Quando si manifestano procurano conseguenze dannose e serve qualcuno che limiti i danni e gestisca la resilienza, ovvero la ripartenza”.
E’ vero che la maggior parte dei risk manager provengono dai carabinieri e dalla polizia?
“Molti arrivano dalle forze dell’ordine, ma oggi questa provenienza “storica” si è attenuata e l’origine dei risk manager è più variegata: avvocati, laureati in giurisprudenza, in economia, criminologi ma anche psicologi, sociologi, comunicatori in genere. La comunicazione e la psicologia è fondamentale nella gestione dell’emergenza. Non a caso la prima regola è “no panic”, niente panico. Sicurezza deriva dal termine “sine cura”, senza preoccupazione. Quello che dovrebbero fare questi manager è mappare tutte le potenziali minacce e sostanzialmente fare in modo di trovare gli strumenti per ridurre il rischio. Attualmente stiamo lavorando molto sulle trasferte all’estero. Che succede in caso di attentato, disastro, incidente, inconveniente dei propri dipendenti? Il manager del rischio deve gestire tutto questo, per preservare il valore dell’impresa in cui lavora. Non sono un costo sono una struttura che protegge l’azienda in caso di crisi. Devono rendere le aziende in maniera più resiliente, affrontare tutti i rischi più o meno gravi. E soprattutto preparare le strutture e le persone ad affrontare le emergenze, poiché i manager non sono una sorta di supermen che entra in gioco con l’emergenza, ma una sorta di team leader a metà tra il preparatore e l’educatore. Devono attrezzare tutti i dipendenti, cominciando dai dirigenti, ad affrontare l’emergenza. In caso contrario fanno un buco nell’acqua. Il loro è un compito di comunicatore, psicologo e facilitatore, oltre che di tecnico delle emergenze”.
A proposito, quanto può guadagnare un risk manager?
“Dipende. Si può andare dai cinque mila euro lordi al mese al mezzo milione all’anno, a seconda del valore, del tipo di imprese, della professionalità, della competenza , dell’esperienza, come in tutte le professioni”
Vogliamo fare un esempio pratico? In un’impresa scoppia un’emergenza. Che succede?
“Di solito si convoca nella sala detta “chrysis room” un’unità di crisi precedentemente organizzata, di cui fanno parte i dirigenti, l’amministratore delegato, i manager e i dipendenti preposti. Si valuta la gravità dell’evento, si prendono decisioni con la priorità alla salvezza del personale. Successivamente si pensa alla ricostruzione. Se l’incidente avviene all’estero, si mettono in pratica tutte le misure per far rientrare sani e salvi tutti i dipendenti etc”.
Quali sono secondo lei i disastri in cui la cultura del “risk management ha funzionato?
“In Emilia la gente ha dimostrato di saper gestire l’emergenza abbastanza bene, direi. Come le dicevo all’inizio di questa conversazione qualche eccezione felice c’è in un’Italia dove questo tipo di cultura non è molto diffusa, a differenza dei Paesi anglosassoni. Al primo posto metterei l’esempio della Ferrero dopo l’alluvione del Tanaro. I dipendenti dimostrarono nell’emergenza e nella ricostruzione delle parti devastate dall’alluvione un altissimo senso di appartenenza e tutto riprese a funzionare in poco tempo. Anche l’esempio recente del pastificio Rummo mi ha molto colpita. Tra l’altro di pasta Rummo non avevo mai sentito parlare ma dopo l’inondazione che ne aveva danneggiato la produzione ho visto i suoi prodotti dappertutto: un ottimo esempio di come si può trasformare un evento negativo in opportunità di rilancio. Tra l’altro avevano lanciato uno slofgan molto bello che cito spesso a lezione: l’acqua non ci ha rammollito”





