In un’era in cui si parla costantemente di digitale e di intelligenza artificiale, un’attività semplice e tradizionale come quella del crochet (l’uncinetto) non solo torna di moda, ma diventa molto di più. Accorcia le distanze tra vecchie e nuove generazioni, riscopre la bellezza del lavoro artigianale ma soprattutto restituisce la voglia di stare bene. Per Andrea Padovan, 31enne veneto e titolare del brand di moda etica Valorosa, quest’arte antica ha tre superpoteri: benessere, creatività e unione. Il progetto Crochet Therapy prende vita dalla fusione di queste tre parole, spiega Padovan, perché «più dei prodotti o degli eventi, ciò che mi emoziona maggiormente in questo percorso sono le persone che incontro». Il primo evento tra stretti nel suo paesino, poi l’idea di viaggiare a bordo di un camper per l’Italia con un unico obiettivo: diffondere una passione che funzioni da terapia e che avvicini generazioni lontane.

Andrea, qual è l’inizio di questa storia?
«Fino a 24 anni ho fatto il pasticcere. Poi ho avuto uno di quei classici momenti che a volte succedono nella vita, dove due o tre cose coincidono negativamente. Per un periodo ho toccato il fondo, mi sono reso conto che non stavo guidando la mia vita e ho deciso di cambiare tutto. Sono entrato in un’azienda di abbigliamento ed è sbocciato l’amore per il settore della moda... Forse anche perché la mia mamma ha sempre cucito in casa e pochi anni fa ha aperto una sartoria».

Andrea Padovan con sua mamma.
Andrea Padovan con sua mamma.
Andrea Padovan con sua mamma.

E, a un certo punto, qualcosa dentro di te cambia. Cosa succede?

«Esatto. Mi sono innamorato di quell’ambiente tant’è che in pochi anni ho fatto una scalata di carriera molto veloce. Se da un lato il lavoro mi appassionava, dall’altro mi sono scontrato molte volte con un percorso umano difficile e tortuoso. Questo mi ha fatto soffrire abbastanza ed è stato la scintilla da cui è partito tutto. Mentre continuavo a lavorare ho lanciato il progetto Valorosa e poi, precisamente due anni fa, ho dato vita a Chrochet Therapy. Il focus era far star bene le persone: ho iniziato a organizzare i primi incontri in sartoria, da mia madre, a Cassola. Mettevo una tovaglia, una musichetta in sottofondo, preparavo delle tisane con i biscotti... E ben presto ho capito che più dell’uncinetto e di quello che ne veniva fuori, a colpirmi era l’esperienza umana di quei momenti».

Chi partecipava ai tuoi laboratori?
«Non c’era ancora in giro la moda di fare questi workshop, sono stato uno dei primi... Ho organizzato la prima serata con delle amiche e abbiamo pubblicato i primi video sui social. Ricordo ancora uno dei quali raggiunse 850 mila views. Incredibile. Da quel momento hanno iniziato a scrivermi in tantissimi e ho incrementato sempre di più gli eventi. I video andavano virali e in un paio di mesi è scoppiato il successo».

Secondo te, qual è stata la ragione?
«Ti vorrei dire la curiosità di apprendere l’arte dell’uncinetto, ma non è così. Principalmente la possibilità di stare insieme, di condividere e combattere la solitudine. Mi sono reso conto che le persone partecipavano perché avevano bisogno di compagnia, di sentirsi ascoltate…».

Perché un camper?
«Era dicembre 2024, lo ricordo ancora perfettamente. Ero sul divano con mia madre mentre continuavo a scrollare i miei reel le cui visualizzazioni crescevano a vista d’occhio. E mi sono chiesto: “Guarda quante persone mi stanno scrivendo, come posso fare per raggiungerle?”. E mamma mi ha lanciato il sasso parlandomi di Stranamore di Alberto Castagna...».

La prima tappa?
«Milano. E poi siamo arrivati fino a Bisceglie. Gli eventi li organizzavo perlopiù la sera, mi ospitavano nelle mercerie, librerie… Poi mi sono dedicato all’attività anche a scopo sociale andando nelle associazioni, nelle scuole, nelle cooperative e nelle Rsa. È stato bellissimo ed emozionante. In ogni posto in cui siamo andati ci hanno accolto come se fossimo di famiglia. Tenga presente che su dieci persone o quindici, almeno una o due sta vivendo un momento difficile. Chi ha una malattia, chi soffre di solitudine... Insomma, c’è una percentuale che partecipa per imparare la tecnica dell’uncinetto, ma una ancora più alta che ha bisogno di stare insieme agli altri, di condividere».

In che modo ti sei avvicinato ai bambini oramai sempre più risucchiati dalla vita iper-digitalizzata?

«Con loro è iniziato un po’ per caso. La scorsa estate ho fatto un centro estivo di paese e ho avuto l’opportunità di lavorarci per più di una seduta. Il riscontro positivo l’ho avuto subito, ad esempio quando ho ricevuto un messaggio via Whatsapp da una delle madri dei bambini: mi diceva che suo figlio – che era in compagnia della nonna – aveva preferito giocare con l’uncinetto invece che con l’IPad. Quell’immagine mi è davvero rimasta impressa, il dispositivo abbandonato a terra e lui concentratissimo a lavorare il filo…».

Raccontami una giornata da “maestro d’uncinetto”...
«Lavoro principalmente con bambini di scuola primaria… Entro in classe e inizio ad avvicinarli mentalmente a quello che succederà: gli descrivo passo passo tutto ciò che faremo da quel momento in poi. Spiego loro che ci saranno momenti di sfida... Così conquisto la massima attenzione».

Quali sono i problemi o i pregiudizi che incontri?
«Il problema più grande è il pregiudizio di genere: molti genitori non fanno partecipare i figli maschi perché dicono che l’uncinetto sia “da femmine”. In una scuola media il 30-40% dei ragazzi è rimasto a casa per questo motivo. È un tabù fortissimo».

Lezione di uncinetto nella casa di riposo Villa Spada, a Caprino Veronese.
Lezione di uncinetto nella casa di riposo Villa Spada, a Caprino Veronese.
Lezione di uncinetto nella casa di riposo Villa Spada, a Caprino Veronese.

Hai avuto esperienze anche con generazioni più lontane come gli anziani?
«Sì, nelle Rsa. Con loro si creano momenti di gioia e vivacità usando uncinetti e fili molto grandi. Una sorta di “uncinetto moderno” che li incuriosisce e li aiuta a combattere la solitudine».

Cosa realizzate principalmente?
«Con gli adulti realizziamo principalmente borse, perché piacciono a tutte le età e si finiscono in due ore. Con i bambini invece ci focalizziamo su braccialetti e portachiavi».

Cosa ti aspetti da questo progetto nei prossimi anni?
«Tra gli adulti partecipano quasi solo donne, gli uomini si contano sulle dita di una mano. Mi piacerebbe continuare ad allargare il mio progetto come idea di terapia, senza barriere di alcun tipo. Non mi sono mai pentito della scelta che ho fatto, vado avanti con fede e coraggio, convinto che far star bene gli altri sia la forma più pura di altruismo».