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Una strage di almeno 100 morti innocenti, forse la peggiore mai avvenuta a danno di civili inermi in Libia. E’ quella perpetrata a Tripoli, nel campo di detenzione di immigrati di Tajoura. Probabilmente una mossa cinica del generale Haftar per sollevare il caso di fronte all’opinione pubblica mondiale, nei confronti di quelli che il governo considera molto probabilmente scudi umani. Uomini, donne e bambini detenuti come prigionieri e massacrati senza via di scampo dai bombardamenti delle milizie che si oppongono al regime di al-Serraj, in spregio al diritto internazionale e alla Convenzione dei diritti dell’uomo. Un crimine di guerra ai danni di 500 civili inermi, riportati in Libia dalla Guardia Costiera locale, quella che dovrebbe collaborare con l’Italia per i salvataggi dei naufraghi in mare. la cui colpa era solo quella di cercare un futuro migliore dopo essere sopravvissuti a una traversata terribile nel deserto africano per raggiungere la sponda del Mediterraneo e imbarcarsi verso l'Europa.
Quello di Tripoli è un crimine contro l’umanità, condannato dall’Onu, dall’Unione africana e dall’Unione europea, oltre che da molti governi di tutto il mondo. Amnesty International ha sollecitato un’indagine per crimini di guerra.
E’ questo il "porto sicuro", il luogo dove secondo il ministro degli Interni Matteo Salvini la capitana della Sea Watch Carola Rackete e le altre navi delle Ong che si occupano di salvataggi del Mediterraneo avrebbero dovuto riportare i naufraghi, anziché a Lampedusa.
Persino gli alleati di governo dei Cinque Stelle ieri hanno riconosciuto che Tripoli non è un porto sicuro. Non c’era bisogno di una strage di questa portata per capirlo. Bastavano i rapporti delle Nazioni unite, i report delle organizzazioni che operano sul campo, i reportage giornalistici, i segni sui corpi dei migranti torturati e seviziati che sbarcavano sul territorio italiano. Ora quella strage ha fatto emergere la verità in tutta la sua evidenza agli occhi del mondo.




