Susan, 42 anni. Azzurra, 28 anni. Graziana, 52 anni. Tre nomi rimbalzati sui giornali fra giugno e agosto e subito dimenticati. La prima si è lasciata morire di fame e di sete, la seconda e la terza si sono impiccate nel carcere circondariale delle Vallette di Torino. Non hanno retto a una detenzione dove non c’è posto per la speranza, per un futuro. Soltanto il buio di giorni e notti disperate, una solitudine insostenibile, mentre il mondo fuori le aveva dimenticate.

«Il decesso di queste nostre tre sorelle deve interpellarci tutti. Non possiamo abituarci a queste notizie. In un Paese civile nessuno dietro le sbarre deve sentirsi condannato a morte, ma trovare nel tempo della pena motivi di spazio, di speranza per il proprio futuro, come recita l’art. 27 della nostra Costituzione». Così le ha ricordate l’arcivescovo di Torino, Roberto Repole.

La condizione delle donne nelle carceri italiane è sempre più critica. Emerge dal primo Rapporto sulle donne detenute in Italia dell’Associazione nazionale Antigone per i diritti e le garanzie nel sistema penale. Sono 2.276 le donne attualmente detenute, 576 ospitate in quattro carceri femminili, le altre distribuite nelle 46 sezioni femminili presenti nelle carceri maschili, pensate e abitate da uomini. Il che crea per le donne problematiche come l’assenza di servizi sanitari e igienici nelle celle, di uno spazio vitale, di attività sportive e ricreative, di momenti d’incontro. Incide anche la carenza di personale nel comparto di sicurezza: psicologi, psichiatri e personale sanitario.

Claudio Sarzotti, presidente dell’Associazione Antigone Piemonte, presentando il Rapporto ha sottolineato come «il mondo carcerario è ancora strettamente diviso fra maschi e femmine. Mentre nella società civile sempre di più la donna è protagonista di cambiamenti, in carcere vengono loro offerti solo lavori, cucito, lavanderia, confezione di oggettistica, che riportano alle immagini delle stampe ottocentesche». Confermano come ben poco sia stato fatto a favore della finalità rieducativa della pena, del recupero delle potenzialità delle detenute in grado di trasformare l’esperienza del carcere in una crescita personale, per il reinserimento nella società. Il Rapporto rileva anche come «gli istituti a prevalenza maschile, che ospitano sezioni femminili, dovrebbero favorire l’organizzazione di attività comuni tra uomini e donne, così da scongiurare il pericolo di marginalizzazione e di ozio forzato per le poche donne ristrette».

Quando Graziana si è uccisa, le sue compagne, detenute ed ex detenute, le hanno scritto una lettera che dà volti, anime, cuore al Rapporto: Cara Graziana, le nostre esistenze si sono incrociate in carcere. Vite e storie diverse, accomunate dal dover resistere e sopravvivere, farsi spazio in un sistema che ti schiaccia per cui sei solo un numero e un reato, la persona non esiste. Conosciamo le problematiche che ti affliggevano e che, per quanti sforzi si dica che siano stati fatti, il carcere e quel sistema non curano. Anzi devastano a tal punto che chi non ha la forza e soprattutto gli strumenti per difendersi, può decidere di farla finita. Non possiamo accettare che la tua scelta sia ridotta a un comunicato e definita “un tragico incidente”. Dall’inizio dell’anno i suicidi nelle carceri italiane sono stati 43.