Raffaele Bruno è un professore universitario, direttore del reparto di Malattie infettive all’Ircss San Matteo di Pavia. È diventato un simbolo proprio malgrado il 22 febbraio del 2020, quando nel suo reparto è arrivato da Codogno in condizioni assai difficili il “paziente 1”, il primo caso autoctono di Covid italiano. Sono passati due anni da quel primo giorno. Il 20 febbraio è stato proclamato Giornata nazionale degli operatori sanitari. Il professor Bruno di tanto in tanto affida a Twitter pensieri sparsi. Ce n’è uno che ricorre: il turbamento di fronte all'idea ci siamo abituati a questa conta di morti quotidiani che ormai sembra scivolare a tutti addosso, per assuefazione.

Professore, a distanza di due anni ci stiamo assuefacendo?

«La scienza non impone né pessimismo né ottimismo, ma impone di rimanere aderenti ai dati. E i dati indicano che noi continuiamo a contare centinaia di morti al giorno. Vedo la situazione generale con cauto ottimismo, ma non si può essere ottimisti al di sopra di quello che succede: ancora tante persone muoiono ed è sbagliato minimizzare. I dati ci dicono, purtroppo, che il numero di morti è ancora alto. E lo sarebbe anche se fossero di meno, perché dietro ognuno di questi numeri c’è una famiglia, c’è una persona. Io capisco che bisogna abituarsi a una nuova normalità, ma essere ottimisti fino al punto di pensare che tutto è finito no, non è proprio così».

L’esperienza del passato ci ha insegnato che quando la curva scende potrebbe non essere per sempre. Quanto è impegnativa emotivamente e nella pratica questa altalena di ondate per chi ci lavora?

«La situazione della vita lavorativa e personale è cambiata per tutti, questa pandemia ha cambiato tutto, un altro 11 settembre. Una “cura” di una pandemia, passatemi il termine, ha poco significato se non conserviamo la memoria di quanto accaduto. Le persone sono stanche perché da tutti i punti di vista sono stati due anni molto duri per tutti. Da operatori sanitari di più forse perché li abbiamo vissuti sia dal punto di vista personale che professionale. Dobbiamo vedere nel prossimo futuro quale sarà la nuova normalità, per adesso è una sorta di convivenza con il virus, che non so se avrà alti e bassi. In due anni più volte abbiamo accarezzato il sogno che tutto fosse finito, poi ci siamo ricaduti dentro, questa situazione di incertezza stanca».

Com’è cambiata oggi la situazione del suo lavoro?

«Abbiamo curato da due anni quasi solo persone con questa malattia, posso dire che ora ne abbiamo maggiore consapevolezza, ne sappiamo molto di più, abbiamo più strumenti per trattare questi pazienti. È cambiato tanto».

Tante persone sono spiazzate: non capiscono perché si vedono tanti morti nonostante la copertura vaccinale in Italia sia alta.

«Se non ci fosse stata la vaccinazione saremmo arrivati forse a 5.000 morti al giorno, i numeri sono uno specchio del fatto che ancora ci sono milioni di persone non vaccinate. Questo riverbero è l’effetto di questo e del fatto che ce ne sono tante che hanno fatto la seconda dose da più di cinque mesi e non hanno completato il ciclo. Queste persone sono esposte. Come succede in tutti i cicli vaccinali la terza dose è fondamentale nel prevenire la malattia grave».

Quanto è difficile essere passati dal tifo delle persone alla diffidenza, per chi lavora in un reparto Covid?

«C’è una componente di persone che non crede nella scienza e di conseguenza diffida di chi opera sulla base della scienza. Tutto è in linea con il costume del Paese. Ci si dimentica presto di chi ha fatto qualcosa di positivo. Non mi stupisco che accada anche con noi».

Ci ha confessato in passato di essersi anche un po’ “arrabbiato” con il Padreterno nei momenti più duri per tutto quello che è capitato. Succede ancora?

«La mia mente è elementare da questo punto di vista, non riesce ancora a rintracciare un senso più ampio in tutta questa sofferenza, forse non ci riuscirà mai. Ma noi siamo esseri adattabili e come tutti anch’io con il tempo mi sto adattando: non parlo di assuefazione al dolore, quella mai, ma oggi ho meno paura nell’affrontare la situazione, perché in generale temiamo di più le cose che non conosciamo e ora questa malattia ci è un po’ meno sconosciuta. È diminuito l’aspetto della paura».

Qual è invece il sentimento che resta?

«Ci sono piani diversi: c’è un piano umano profondo, che ha che fare con domande esistenziali di senso: non puoi non chiederti il perché di tanto dolore. Poi c’è un piano più terreno, più concreto in cui non prevale solo l’aspetto negativo: intendo dire che l’impulso veloce alla ricerca dato ai vaccini a mRna porterà altri benefici in futuro, presto potremmo avere vaccini per malattie non infettive con i tumori, è partita la sperimentazione per un vaccino mRna contro l’Hiv».

Che cosa ha imparato da questa esperienza traumatica?

«Come per tutte le tragedie della storia, dalle guerre mondiali alla Shoah, la cosa importante sarà non perderne la memoria. Se perdiamo la memoria oltre al danno la beffa. Spero che i più giovani mantengano vivo il ricordo del fatto che una cosa infinitesimale che non si vede ha messo in ginocchio il mondo e che fare una vita normale, uscire con gli amici, prendere un caffè con una persona, abbracciare un amico, è un privilegio che la vita ti dà e che ci vuole pochissimo a perdere. Non sprechiamo questa consapevolezza».

Viviamo con la tentazione di pensare è l’ultima volta, ma è una certezza che non abbiamo. Se dovesse mandare un messaggio a chi può decidere: qual è l’errore da non rifare?

«Bisogna imparare dall’esperienza maturata: non fidarsi delle suggestioni, ma decidere tenendo conto dei dati che sono gli unici giudici che possano orientare le decisioni. Tutto il resto è chiacchiera da bar».