Che Ruth Bader Ginsburg fosse una persona non banale lo si capiva, anche da un particolare in apparenza insignificante: il collarino di pizzo bianco che non mancava mai sull’austera toga nera dei giudici della Corte suprema statunitense: ne possedeva una collezione, li teneva nel suo guardaroba. Ornare in quel modo (ed essere l’unica a farlo) la veste formale, che per tutti i giudici del mondo, come diceva Piero Calamandrei con «la sua uniformità stilizzata, simbolicamente corregge tutte le intemperanze personali, e scolorisce le disuguaglianze individuali dell'uomo sotto l'oscura divisa della funzione», non era un modo di far emergere personalismi, e nemmeno una frivolezza, ma una maniera di segnare una storia personale sì, forse anche di rimarcare la fatica che aveva comportato per una minuscola donna di filo di ferro, nata a New York nel 1933 in una famiglia di ebrei osservanti di origine russa, arrivare non soltanto così in alto, ma cominciare un percorso come il suo, per i tempi, impervio fin dall’università.

Quando dopo la laurea in Diritto con il massimo dei voti alla Cornell University, entrò ad Harvard con una borsa di studio, in mezzo a otto donne tra oltre 500 uomini, Ruth Bader si sentì chiedere dal preside le ragioni di una scelta «così impegnativa per una donna, di fatto togliendo il posto a un uomo». Uscì che era la migliore del corso ma come ebbe a raccontare lei stessa alla Bbc il curriculum non le bastò a entrare in uno studio legale almeno nell’immediato: «Ero ebrea, ero donna, ero madre». Dei tre ostacoli, il più grande era il terzo: l’essere donna, sposata, mamma di una bimba di pochi anni, in un tempo e in un Paese in cui era normale perdere il posto in quelle condizioni e dedicarsi alla famiglia, chiudeva tutte le porte. Accettò la libera docenza in una piccola università e intanto cominciò da volontaria a occuparsi della difesa dei più discriminati come volontaria presso l’American Civil Liberties Union, in quel ruolo segnò nel 1971 il suo primo successo in una causa (Reed vs Reed) in tema di vantaggio successorio per gli eredi maschi davanti alla Corte suprema che indusse la Corte a scrivere la clausola di “uguale protezione” nel quattordicesimo emendamento della Costituzione statunitense.

Cominciò lì una lunga strada che la portò a battersi come avvocato per i diritti civili, occupandosi in prevalenza di discriminazioni e di minoranze di ogni tipo, credeva nella parità di genere e nell’autodeterminazione dell’individuo fino a schierarsi a favore della legge sull’interruzione di gravidanza e del matrimonio tra omosessuali, temi che la misero tante volte in Corte suprema in aperta contrapposizione con il collega cattolico molto conservatore Antonin Scalia. Due visioni del mondo inconciliabili, che non impedirono mai ai due non solo di stimarsi e di confrontarsi come avversari leali su posizioni profondamente diverse, ma anche di diventare amici fino a condividere pranzi, serate a teatro e persino un episodio rimasto storico in cui insieme fecero le comparse all’opera. Un’amicizia che dà l’idea dell’intelligenza di entrambi e insieme in parte scardina gli schematismi con cui troppe volte si semplificano realtà complesse. Anche le cause significative di Ruth Ginsburg del resto a volte ancora spiazzano chi tende a vedere la realtà per contrapposizioni manichee senza sfumature e senza tenere conto dei contesti, è il caso della volta in cui difese un uomo Charles E. Moritz discriminato perché la legge gli impediva di fruire di una detrazione per la madre invalida che si era preso a carico, riservata fin lì a donne e vedovi: dietro la legge l’idea di un mondo che non concepiva che un maschio non sposato, se non nell’emergenza della vedovanza, potesse farsi carico per scelta di un impegno di cura che si dava per scontato che fosse riservato alle donne.

Contro quell’idea Ruth Ginsberg combattè in tribunale e vinse. Era il 1972. Sapeva bene, del resto, che il suo percorso personale si declinava nella direzione che aveva preso proprio perché quell’idea di mondo non vigeva nella sua famiglia d’origine, dove la madre l’aveva incoraggiata a seguire la sua strada ancorché non convenzionale per una donna statunitense degli anni Cinquanta, men che meno in quella che aveva costruito con “Marty”, Martin Ginsburg, compagno di una vita, padre dei suoi due figli, conosciuto all’università e presto sposato: di Marty ripeteva che l’aveva colpita perché era l’unico ragazzo interessato a lei come donna «anche per il suo cervello». Non solo Marty non trovò mai nulla da ridire sul fatto che sua moglie seguisse il suo percorso di stimata donna di legge, non solo la aiutò quando cercava di conquistare la libera docenza, facendosi carico di cucinare per la famiglia allora e di lì in poi, anche dopo che Jimmy Carter nel 1980 l’aveva nominata giudice alla Corte d’Appello del District of Columbia. Fece di più: quando durante l’amministrazione Clinton si fece il nome di Ruth come possibile giudice da nominare alla Corte suprema, il marito si accollò l’attività di lobbying che sempre accompagna le candidature di nomina politica americane, cosa che lei, più portata per le carte processuali, non avrebbe forse saputo né voluto fare.

Fu così che Ruth Ginsburg il 5 agosto 1993 entrò seconda donna nella storia tra i supremi giudici statunitensi: a dispetto delle apparenze e dei pregiudizi d’opposto segno che si sono successivamente sovrapposti a proposito della sua figura, la sua giurisprudenza è stata lucida e moderata, apprezzata anche dai colleghi conservatori che le riconoscevano l’attitudine ad affrontare i diritti caso per caso, norma per norma senza indulgere in crociate ideologiche, ma codice alla mano, per la parità di genere e per i diritti delle minoranze e delle fasce deboli della popolazione, anche in relazione alla difficoltà di accedere all’assistenza sanitaria, temi che con ogni evidenza le stavano a cuore e che ha continuato a difendere anche con forza prendendo decisioni che hanno diviso, a seconda delle anime dell’America, soprattutto dal 2010 in poi. 

Tutto questo l’ha resa un simbolo, talvolta anche strumentalizzato fino al paradosso di trasformarla in icona stampata sulle magliette, non soltanto per le sue decisioni ma soprattutto per le volte non rare in cui ha fatto sentire la sua opinione dissenziente. A differenza che nel sistema italiano infatti, dove la posizione di una Corte esce sempre unitaria, anche se una parte dei giudici è finita in minoranza, negli Stati Uniti e in genere nei sistemi di Common Low, il giudice sulla posizione minoritaria ha diritto a depositare la “dissenting opinion”, nella quale espone le proprie ragioni contrarie alla sentenza pronunciata a maggioranza. Tutto questo apre una finestra anche sul tema non pacifico dell’indipendenza del giudice americano, che viene nominato dopo una carriera da avvocato e, nel caso della Corte suprema, nominato dal Presidente in carica e dunque espressione almeno indiretta della sua parte politica, cosa che incide sulla percezione dell’indipendenza del singolo giudice supremo, anche se normalmente si tratta di giuristi di vaglia e chiara fama che hanno dimostrato nei fatti di sapersi discostare dalle appartenenze di nomina. Ma è chiaro a tutti che la sostituzione di un giudice della Corte suprema Usa non è mai atto neutro – si resta in carica a vita o comunque fino a quando se ne sente la forza –: può spostare di volta in volta in direzione conservatrice o progressista l’equilibrio della Corte e ci sono momenti in cui questo equilibrio pende parecchio di qua o di là a seconda della provenienza dei giudici nominati in tempi diversi, anche se tradizione vuole che si cerchi di far in modo che l’insieme esprima la pluralità del Paese.

Per tutte queste complesse ragioni anche in morte Ruth Ginsburg è stata protagonista: durante l’amministrazione di Barak Obama, già molto malata, ma mai assente tranne due volte in nove anni di lotta contro i due tumori che l’hanno colpita, ha scelto di non ritirarsi nonostante qualche pressione. Quando a 87 anni ha avvertito che il suo tempo sarebbe stato corto ha espresso formale desiderio che, nel caso, la nomina del suo successore arrivasse oltre il 3 novembre 2020, data delle elezioni presidenziali. Il tema sotteso ovviamente era quello della bilancia politica della Corte dopo di lei. Ruth Bader Ginsburg alle elezioni che hanno portato Biden alla Casa bianca non è arrivata. È morta il 18 settembre 2020. Donald Trump ha nominato al suo posto Amy Coney Barrett, interpretata come l’esatto opposto di Notorius RBG, “la famigerata Ruth Bader Ginsburg". Solo il tempo dirà se anche questo è un pregiudizio.

A proposito di donne, diritti e Corte suprema, nel 2022 il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha nominato giudice della Corte suprema Ketanji Brown Jackson, 51 anni prima donna afroamericana nella storia della Corte suprema dove hanno fin qui servito solo altri due afroamericani. Il suo settore specifico è il diritto penale, campo nel quale in passato ha esercitato anche le funzioni di avvocato d'ufficio.