Le scommesse, non è la prima volta, terremotano il quartier generale degli azzurri di Coverciano in cui si ritira la Nazionale. È arrivata la Polizia, ma non è la solita storia: nel senso che non si parla, stavolta, di calciatori che si sono venduti l’anima e le partite. Si parla, invece di calciatori, che avrebbero scommesso online sul calcio o comunque giocato d’azzardo su piattaforme online non legalmente riconosciute dietro cui ci possono essere interessi diversi cui gli utenti sono in genere estranei.

In Italia il gioco d’azzardo non è reato a meno che non lo si faccia attraverso circuiti illegali, in ogni caso la sanzione è modesta. Per quanto riguarda gli sportivi, non solo calciatori, però, c’è una restrizione in più: è loro vietato dalle norme di diritto sportivo, per evidenti ragioni di conflitto di interesse, scommettere anche attraverso il circuito legale sulla disciplina sportiva di cui fanno parte.

Per tutte queste ragioni il Codice penale in questo caso impatta sul pallone, verrebbe da dire, di striscio, nel senso che l’obiettivo dell’inchiesta è altro e segnatamente scoprire chi mette in piedi agenzie di scommesse al di fuori del circuito legale, sapendo che in genere lo si fa perché è un modo efficace di ripulire denaro di provenienza illecita.

La procura di Torino mentre indagava sul riciclaggio di cui spesso le agenzie di scommesse illegali sono strumento è incappata in nomi di calciatori che avrebbero scommesso sul circuito illegale, nomi fatti anche da Fabrizio Corona, noto come “ex re de paparazzi” dalla fedina penale non proprio immacolata, in video su Instagram di cui promette prosieguo con il contagocce. È stato sentito come testimone e resta da capire come gli stiano arrivando i nomi.

Queste soffiate pubbliche hanno probabilmente indotto i Pm ad accelerare l’ascolto dei calciatori, che che erano già all’attenzione degli inquierenti, ma che non sono l’obiettivo dell’indagine diretto dell’indagine mentre lo sono i loro contatti con il circuito illegale delle scommesse nel quale spesso si entra a inviti: il primo interrogato è stato Nicolò Fagioli della Juventus che avrebbe poi ammesso di aver scommesso sul calcio.

È a margine di questa indagine della Procura di Torino che la Polizia è entrata anche a Coverciano per interrogare Sandro Tonali, 23 anni, centrocampista del Newcastle, e Nicolò Zaniolo, 24 anni, attaccante dell’Aston Villa. Per quello che si diceva all’inizio il problema per i calciatori sarà soprattutto di diritto sportivo dato che all’art. 24 del codice di giustizia sportiva vieta ad uno sportivo professionista tesserato con una federazione, di scommettere su eventi della propria disciplina sportiva. Un comportamento punibile con una squalifica non inferiore a tre anni. Si tratterà di capire su che cosa vertevano queste scommesse o questi “giochi”.

«A prescindere», scrive la Figc in un comunicato, «dalla natura degli atti, ritenendo che in tale situazione i due calciatori non siano nella necessaria condizione per affrontare gli impegni in programma nei prossimi giorni, la Federazione ha deciso, anche a tutela degli stessi, di consentirne il rientro presso i rispettivi club». Niente nazionale per questo giro. Zaniolo pare si sia difeso affermando che si era trattato partite a poker su un sito che non sapeva illegale, - il giocatore sarebbe indagato per esercizio abusivo di giuoco o di scommessa, in base all’articolo 4 della legge 401, -. Dalle intercettazioni pare che emerga una decina di nomi, che potrebbero far pensare a un'abitudine diffusa.

Da tempo nel calcio tra i giovani si fa informazione capillare sui rischi connessi alla dipendenza da gioco, che tocca gli sportivi come gli altri ragazzi, ma evidentemente la persuasione non basta: il rischio al tavolo verde reale e virtuale è una vecchia passione dei paperoni del pallone che spesso non ne fanno mistero.

E non mancano le contraddizioni tra il predicare dello Statuto Figc e il variegato razzolare lì attorno: ex calciatori fanno tranquillamente da testimonial a siti di “notizie”, che hanno un nome che con ogni evidenza allude alle scommesse e che indirettamente sono finalizzati alle scommesse. È la strada “borderline” con cui agenzie di scommesse online hanno trovato il modo di aggirare, restando nella legalità formale, gli effetti del “Decreto dignità” che dal 2018 vieta in Italia «qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro» con ogni mezzo, comprese le manifestazioni sportive e le trasmissioni televisive o radiofoniche. Mentre le uniche pubblicità di gioco d’azzardo ammesse dalla legge sono quelle ai giochi a estrazione che non prevedono una vincita immediata. Il meccanismo di aggiramento è simile a quello con cui si è sempre aggirato anche il divieto di interrompere gli episodi dei cartoni animati con la pubblicità, mettendo una fila di spot subito dopo la sigla iniziale e subito prima della sigla finale lasciando intatta la puntata vera e propria. La forma si salva la sostanza meno.

Il fatto che il divieto imposto dal Decreto dignità sia una caratteristica italiana non aiuta: non sono poche le sirene che puntano a tornare indietro e a riportare dentro lo sport anche italiano le sponsorizzazioni che vengono da scommesse. Si tratta sempre di rinunciare a una parte di introiti che in altre leghe professionistiche entrano a piene mani. Tutte cose che fanno pensare a una partita che nella migliore delle ipotesi se non è persa in partenza è ferma a uno zero a zero di facciata.