Cambiare sé stessi, unirsi nell’invocazione comunitaria, alzare gli occhi a Dio per costruire la convivenza in terra. Ma, soprattutto, ribadire che le religioni pongono la preghiera alla radice della pace. Lo hanno detto, costruendo un discorso comune anche partendo da prospettive diverse, uomini e donne musulmani, ebrei, luterani, cattolici, ortodossi e hindu, in uno dei venti panel dell’incontro internazionale “L’audacia della pace” organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio a Berlino dal 10 al 12 settembre.

Siamo nella capitale della Germania riunificata, una nazione in cui la storia – dalla guerra alla Shoah, dalla costruzione del muro alla sua caduta – è stata attraversata dalla “forza debole” della preghiera di chi, anche nei momenti più bui, non ha mai smesso di cercare le vie della pace. E questo legame, tra preghiera e storia, ritorna anche al forum “La preghiera alla radice della pace”: nei «bambini nutriti con le lacrime» evocati dal metropolita ortodosso romeno Ioan, o nelle recenti vicende della Chiesa Assira d’Oriente, con sede a Baghdad e 330mila fedeli nel mondo, di cui ha parlato il patriarca Royel Mar Awa, intronizzato in Iraq due anni fa. Spiega il primo vescovo di questa antica Chiesa nato negli Usa: «È difficile essere portatori di pace quando vuol dire criticare il clima culturale dominante, ma questo devono fare gli uomini spirituali: ogni religione parla di pace».

Sempre dall’Iraq arriva il teologo sciita Zaid Mohammed Bahr Al-Uloom dell’Al-Khoei Institute di Najaf: «Diffondere la pace deve essere lo scopo delle religioni, una specie di ossessione; per l’islam un primo documento fondativo è la Carta di Medina, che il profeta Mohammed volle per regolare i rapporti tra musulmani e non musulmani. La preghiera che non mira alla pace, quella dell’orante malvagio, non è una vera preghiera». È una voce sciita anche quella di Abu al-Qasim al-Dibaj, segretario Generale della World Organization Pan-Islamic Jurisprudence: «A volte la pace sembra una lontana illusione: la preghiera diventa la chiave che l’avvicina a noi». Il teologo kuwaitiano, presentando il pensiero islamico, ha insistito su questa dimensione: «Quando preghiamo, stiamo praticando il dialogo più profondo e onesto, quello tra l’uomo e il suo Creatore. Ciascuno, con le proprie debolezze, sta davanti ad Allah e la preghiera diventa così un ponte che collega cielo e terra, materia e spirito».

È un dialogo, proprio perché sincero, che «aiuta l’individuo a trasformarsi, sbarazzandosi dei veleni e coltivando le buone qualità». Quest’ultimo anelito ritorna anche nelle parole dell’ungherese Zsolt Balla, rabbino capo della Sassonia; in ebraico la parola per indicare la preghiera, lehitpallèl, è riflessiva: «Indica che siamo noi, non Dio, ad avere bisogno della preghiera; trovando Dio, devo cambiare me stesso ogni giorno». Per la tradizione ebraica, però, la dimensione spirituale si fonda anche sull’importanza dei luoghi, recarsi in una sinagoga, dove si prega insieme ad altri, in comunità: «Vi sono preghiere che non possono essere fatte se non vi sono dieci uomini adulti, perché questa è la via – il riferimento più noto è alla città di Sodoma – per salvare la comunità, trovando almeno dieci giusti». Così si costruisce la pace: «Dobbiamo comprendere che non possiamo esistere l’uno senza l’altro – continua il rabbino – come è espresso dall’etimologia della parola pace: Shalom ha origine dalla parola Shalem, “completo”. E quindi la traduzione più corretta di “Shalom” non è “pace”, ma “completa unità armoniosa”; Shalom si realizza quando tutti noi riconosciamo che non siamo altro che piccoli ingranaggi di un’enorme macchina».

Quindi preghiera individuale, dialogo con Dio, preghiera comunitaria. L’argentina Emilce Cuda, segretaria della Pontificia Commissione per l’America Latina, insiste sul concetto di “unità comunitaria”: «La preghiera ha il potere della parola comunitaria di chi professa la stessa fede; quando la parola è comunitaria, è una parola pubblica con carattere di preghiera. La parola pubblica è Chiesa vivente: ogni chiesa è una comunità che prega perché è una parola pubblica». Per la teologa cattolica «pregare insieme non significa la semplice ripetizione di una poesia, è scegliere in cosa credere e di chi fidarsi. Così la preghiera è il momento per scegliere tra il bene e il male, tra il necessario e il transitorio, tra il violento e il pacifico, tra il giusto e l'ingiusto, ma tutti insieme: pregando si sceglie ogni volta di ristabilire la direzione della propria vita verso Dio e verso gli altri».

Un altro cristiano, il vescovo luterano tedesco Karl Hinrich Manzke, ha sottolineato che la preghiera aiuta a confrontarsi anche con la propria impotenza: «Affidandoci a Dio esprimiamo il fatto che da soli non ce la facciamo, è in fondo la forma più alta di passività, un atteggiamento solitamente inteso in negativo ma che in questo caso diventa positivo». Infine, l’hindu Govinda Giri Maharaj ha detto, con le parole di Buddha, che «la pace viene dall’interiorità, non va cercata senza». Per il pensatore indiano, la preghiera induista deve avere come principale metodo «provare a portare la pace nel mondo attraverso la trasformazione dei singoli individui».