Il giorno dopo l’approvazione in terza lettura, avvenuta il 18 settembre, del disegno di legge sulla cosiddetta separazione delle carriere, a tenere banco nel dibattito è oltre al merito, il metodo: prima un testo cosiddetto “blindato”, approvato senza emendamenti nelle prime due letture, ora una “seduta fiume” per procedere a tappe forzate.

Abbiamo chiesto Francesco Rigano, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Pavia, di aiutarci a capire.

Professore, come spiegare tutto questo a non addetti ai lavori?

«Il procedimento di revisione costituzionale è articolato in tre fasi. Le prime due sono analoghe a quella dell'approvazione di qualunque legge, per cui un medesimo testo normativo deve essere approvato identico prima da una Camera e poi dall'altra. Questo vale anche per la legge di revisione costituzionale. Sulla riforma nota come separazione delle carriere, anche se non si limita a questo, noi abbiamo avuto una prima approvazione sia della Camera sia del Senato che si è conclusa lo scorso luglio. In questa prima fase il testo viene approvato senza la richiesta di maggioranze particolari ed è possibile presentare emendamenti. La particolarità del procedimento di revisione costituzionale è che poi si apre la seconda fase (quella in cui la separazione si trova ora), sempre dinnanzi al Parlamento, che è particolare».

Può spiegarne la particolarità?

«Prima di tutto perché ciascun ramo del Parlamento deve riapprovare il testo che è già stato approvato nella prima fase, rispettando un termine di almeno tre mesi rispetto alla prima approvazione. Quindi se la Camera dei Deputati ha approvato nel suo primo giro il testo, poniamo, il 10 maggio, la seconda approvazione dovrà avvenire almeno tre mesi dopo. Così pure per il Senato. In questa seconda fase, lo stabiliscono i regolamenti parlamentari, non è possibile presentare emendamenti: significa che dobbiamo interpretare questa terza e quarta votazione come una messa alla prova dell'approvazione politica del progetto. Sotto questo aspetto sulla riforma in tema di giustizia il confronto c'è stato, e ci ha restituito l’immagine di una frattura, emersa molto chiaramente».

Ci sono state polemiche per la cosiddetta “seduta fiume”, c’è stata una forzatura?

«C’è stato un po’ di ostruzionismo da parte della maggioranza. Si sono iscritti, hanno parlato a lungo e poi si è arrivati all'approvazione finale in tempi contingentati dal rinvio di una precedente seduta. Quindi non c'è dubbio che il meccanismo parlamentare sia stato “forzato”, nel concentrare tutto il dibattito in un solo giorno e mezzo. Però siamo nell’ambito della legittimità, così come lo sono le tecniche di ostruzionismo che sono certamente legittime quando sono in mano alla minoranza, ma mi lasciano un po' perplesso quando a usarle è la maggioranza, però anche questo rientra pur sempre nei giochi parlamentari».

L’approvazione è avvenuta a maggioranza, ma non con i 2/3. Si va verso il referendum?

«Se la legge di revisione costituzionale viene approvata, come nel caso di cui stiamo parlando, con una maggioranza che sta tra la maggioranza assoluta e i 2/3 senza raggiungerli, si apre la possibilità del referendum costituzionale ma è una possibilità non una necessità».

Eppure da una parte il ministro Tajani ha annunciato l’allestimento del comitato per il sì, l’Associazione nazionale magistrati si è attivata per quello per il no. Stanno tutti correndo troppo o è quasi scontato il referendum?

«Perché ci sia il refendum deve essere richiesto da 500.000 elettori o da 5 consigli regionali, o da un quinto dei membri di una delle Camere. Sulla carta è tutto eventuale, ma è pressoché certo che una o più di queste richieste si attiveranno. Noi abbiamo avuto una ventina di leggi che hanno modificato la Costituzione, quelle precedenti al 1970, anno della legge ordinaria che ha disciplinato i referendum, sono state approvate con 2/3 o non sono state approvate. Dopo ci sono stati quattro referendum costituzionali: quello del Titolo V del 2001, passato con il sì; quelli delle riforme del 2006 e del 2016 ( le cosiddette riforme Berlusconi e Renzi ndr.) bocciate con il no e quello per la riduzione del numero dei parlamentari passato con il sì nel 2020».

Che cosa ci dicono questi precedenti?

«Che solo l’ultimo, quello sulla riduzione dei parlamentari, chiedeva ai cittadini una risposta secca, immediatamente comprensibile, a una domanda unica, mentre per tutti mentre per tutti gli altri il quesito era dismogeneo e complicato».

Lo sarà anche sulla cosiddetta separazione delle carriere?

«Sì, perché i cittadini dovranno esprimersi con un voto unico su tre temi, senza poter distinguere: separazione delle carriere, divisione del Consiglio superiore e alta corte disciplinare. La disomogeneità degli argomenti oggetto di revisione costringe a un’approssimazione, il cittadino che vota deve dire sì a tutto o no a tutto e questo e questo finisce col compromettere in realtà la libertà di voto. Anche sul merito non sembra facile farsi un'idea chiara per i comuni mortali. Servirà un grande lavoro di accurata informazione per evitare che si voti senza aver compreso, schierandosi soltanto per appartenenza politica».