Genitori, fratelli maggiori, zii: chiunque abbia in famiglia un ragazzo tra le elementari e le medie si sarà ormai imbattuto nel “six-seven”. Basta pronunciare il numero 67 davanti a un adolescente e, quasi sicuramente, partirà il coro “six-seven”, accompagnato dal tipico gesto delle mani che oscillano da una parte all’altra, come i piatti di una bilancia.

Per molti adulti è soltanto una trovata incomprensibile dei social. Eppure, nel giro di pochi mesi il fenomeno “six-seven” è diventato uno dei meme più popolari della Generazione Alpha - i ragazzi nati dal 2010 in poi - al punto da arrivare perfino in Vaticano.

Papa Leone XIV, infatti, ha replicato il celebre gesto in due diverse occasioni pubbliche, entrambe finite immediatamente online e rilanciate dai social di mezzo mondo. La prima volta il 16 maggio, durante l’incontro in Vaticano con circa 600 cresimandi della diocesi di Genova accompagnati da don Roberto Fiscer; la seconda il 23 maggio, durante la visita ad Acerra, quando ha ripetuto il “six-seven” dalla Papamobile salutando i ragazzi presenti tra la folla. In entrambi i casi, i video hanno fatto rapidamente il giro dei social.

Ma che cos’è davvero “six-seven”? Da dove nasce? E perché un’espressione apparentemente senza senso è riuscita a conquistare milioni di ragazzi?

Il gesto che ormai compare ovunque

Il meccanismo è semplicissimo: si pronunciano i numeri “six” e “seven” con una particolare intonazione rallentata, mentre le mani, con i palmi rivolti verso l’alto, si muovono in alternanza su e giù, imitando il movimento dei piatti di una bilancia. Non esiste una traduzione precisa né un significato unico: viene usato dai ragazzi in modi diversi, a volte come semplice tormentone nonsense, altre come una specie di “meh”, “boh” o “più o meno” pronunciato in chiave ironica.

Il tormentone si è propagato soprattutto su TikTok, YouTube Shorts e Instagram Reels, dove migliaia di ragazzi hanno iniziato a inserirlo ovunque: nei video sportivi, nei gaming content, nei meme scolastici e persino nelle conversazioni quotidiane. Negli Stati Uniti alcuni insegnanti hanno raccontato online che bastava citare la pagina 67 di un libro perché metà della classe iniziasse a ripetere il coro “six-seven”.

Oggi il fenomeno è arrivato anche in Italia.

La canzone da cui sarebbe nato tutto

Secondo le ricostruzioni più diffuse online, l’origine del meme sarebbe legata al brano Doot Doot (6 7) del rapper americano Skrilla, artista di Philadelphia emerso nella scena trap underground statunitense. Pubblicata alla fine del 2024, la canzone ripete in modo martellante il “6-7” nel ritornello, trasformato poi dagli utenti di TikTok in un audio virale.

Oggi però questa espressione viene usata soprattutto come tormentone ironico e gesto riconoscibile, senza alcun legame con la canzone da cui è nato.

TikTok e la logica del nonsense

A trasformare definitivamente il tormentone in un fenomeno globale è stato TikTok. La piattaforma, infatti, vive di contenuti brevissimi, immediati e facilmente imitabili. Il “six-seven” aveva tutte le caratteristiche perfette: due parole, un gesto semplice, un ritmo memorizzabile e soprattutto un forte elemento nonsense.

Molti studiosi della comunicazione digitale parlano ormai di “brainrot culture”, espressione usata per indicare quell’umorismo assurdo, frammentato e apparentemente privo di logica che domina gran parte dei contenuti della Generazione Alpha.

Fenomeni come “skibidi toilet”, “rizz” o “sigma” funzionano proprio così: spesso gli adulti cercano un significato razionale, mentre per i ragazzi conta soprattutto il fatto di riconoscersi in un linguaggio comune. Non è necessario capire davvero il meme. Basta sapere quando usarlo.

Anche Google ormai “gioca” con il meme

La diffusione del fenomeno è arrivata a un livello tale che anche il web ha iniziato a incorporarlo nei propri linguaggi. In queste ore molti utenti stanno notando che digitando “six seven” su Google compare un piccolo effetto animato che fa oscillare leggermente lo schermo, richiamando proprio il gesto tipico del meme. Un dettaglio apparentemente banale, ma che racconta bene quanto alcuni fenomeni digitali riescano oggi a uscire dai social per entrare nella cultura popolare più ampia.

Perché gli adulti fanno fatica a capirlo?

Probabilmente perché il “six-seven” non nasce per essere spiegato. Nasce per essere condiviso. E più gli adulti cercano di attribuirgli un senso preciso, più perde la sua funzione originaria: quella di creare complicità generazionale.

Dietro quel gesto ripetuto migliaia di volte non c’è soltanto una moda passeggera. C’è il bisogno, tipico di ogni generazione, di costruire simboli propri, parole riconoscibili e piccoli rituali condivisi. Perfino quando sembrano totalmente assurdi.