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Cari amici lettori, questo numero vi giunge in occasione del nuovo anno. È l’occasione per augurarci a vicenda che lo scorrere dei nostri giorni sia sotto lo sguardo benedicente di Dio, come suggerisce la “benedizione sacerdotale” che si legge il 1° gennaio, solennità della Madre di Dio (Numeri 6,24-26). Proprio del «senso pastorale delle benedizioni» parla Fiducia supplicans, la dichiarazione del Dicastero vaticano per la dottrina della fede pubblicata lo scorso 18 dicembre,firmata dal prefetto, il cardinale Fernandez e, naturalmente, approvata dal Papa.
È un documento importante, che apre alla possibilità di benedire le coppie in situazioni irregolari e le coppie dello stesso sesso. Un tema a cui, solo due anni fa, lo stesso dicastero aveva dato una risposta negativa e ripreso, con un tono più possibilista, da papa Francesco in risposta ai dubia di alcuni cardinali un paio di mesi fa. Un modo di procedere che può produrre un certo disorientamento e a cui dedicheremo più avanti un approfondimento. Intanto possiamo però soffermarci su alcune brevi considerazioni di fondo relative alla dichiarazione, un documento molto circostanziato di una decina di pagine.
Innanzitutto – e questo dovrebbe rassicurare chi “teme” una messa in discussione della dottrina tradizionale – si riafferma in modo chiaro l’insegnamento di sempre della Chiesa sul matrimonio tra uomo e donna. Tuttavia, si riconosce, per la prima volta ed esplicitamente, la possibilità di benedire coppie in situazione irregolare (“divorziati risposati”) e coppie omosessuali. Nel testo si fa una chiara distinzione tra la benedizione all’interno del sacramento del matrimonio (una precisa cornice liturgica, con le sue “regole”) e un tipo di benedizione “semplice”, “spontanea” (un “sacramentale”, fuori da ogni liturgia).
E qui si guarda alla molteplicità di benedizioni nella Bibbia, alla pietà popolare e al valore positivo che c’è nella richiesta di una benedizione. «Chi chiede una benedizione», si argomenta, «si mostra bisognoso della presenza salvifica di Dio nella sua storia e chi chiede una benedizione alla Chiesa riconosce quest’ultima come sacramento della salvezza che Dio offre». Dunque «non si deve impedire o proibire la vicinanza della Chiesa a ogni situazione in cui si chieda l’aiuto di Dio attraverso una semplice benedizione». Questo è piuttosto «un seme dello Spirito Santo, che va curato, non ostacolato».
Siamo al cuore del documento e del suo approccio pastorale. Questo non significa d’altra parte, nelle intenzioni degli autori del documento, legittimare moralmente ogni situazione o status, né venir meno all’invito – che è per tutti – di rispondere agli “impulsi dello Spirito” e alle esigenze del Vangelo. Niente ostacoli alla grazia, no a un eccesso di “controllo”, preoccupazione che tutti possano essere accompagnati nei loro cammini di vita a volte tortuosi; benedizione per chiedere a Dio «la pace, la salute, uno spirito di pazienza, dialogo ed aiuto vicendevole, ma anche la luce e la forza di Dio per poter compiere pienamente la sua volontà».
Si avverte qui l’eco di san Paolo e del suo modo di impostare la “pastorale” nelle lettere: all’inizio sta sempre “l’indicativo” della salvezza (Cristo è morto per tutti, una pura grazia che non dipende da alcun merito umano), dall’altra segue sempre anche l’imperativo, l’esortazione ad accogliere questa salvezza nelle nostre vite, sempre imperfette e per questo bisognose dell’appello alla conversione. I “massimalisti” della morale dimenticano la prima cosa, i “minimalisti” la seconda. Ma entrambe vanno salvaguardate. Nel giusto ordine.





