Di discorsi alle squadre è pieno il cinema, ma sullo schermo prevale il motivante arcigno, dal melodrammatico di Al Pacino al minaccioso comico di don Camillo e Peppone. Andrea Capobianco con le parole ci sa fare, ma ha un altro tocco, empatico: il suo esordio al pre-mondiale, nel marzo scorso, è stato una esortazione alla libertà e al gioco con l’anima, che ha commosso alcune e deve avere convinto tutte, se è vero che le azzurre della pallacanestro hanno staccato il biglietto per i Mondiali che ora si gioca a Berlino (dal 4 al 13 settembre 2026) dopo ben 32 anni di assenza e a un anno dal bronzo europeo. L’esordio è alle 20,15 del 4 settembre in diretta su RaiDue, Dazn e Sky Sport Basket, contro la Repubblica Ceca.

Capobianco da dove è nato quel discorso taumaturgico?

«Dal fatto che sono convinto che si debbano allenare le persone nella loro interezza, tenendo conto dei loro stati d’animo che sempre ci sono. Il percorso vale più del risultato, non perché non conti il risultato, ci mancherebbe, ma perché è una conseguenza della strada che si è fatta in termini di gioco, di qualità delle azioni, di atteggiamento mentale: troppe volte viviamo concentrati sull’obiettivo e ci dimentichiamo di quello che dobbiamo fare per raggiungerlo. Essere squadra significa creare il clima emotivo giusto per fare rendere tutti al massimo, il mio compito è aiutare ciascuna a superarsi, a trovare il coraggio di superare i limiti superabili e la consapevolezza di accettare quelli insuperabili. Per questo non ho parlato loro della medaglia che avevamo vinto pochi mesi prima, ma del fatto che se le persone si erano innamorate di noi, allora era responsabilità nostra scegliere se continuare a conquistarle o lasciar perdere».

Ha una laurea in Psicologia, giusto?

«Sì, la seconda, la prima in Scienze motorie. Ho conosciuto altri modelli che non condivido: io non credo che in uno sport in cui bisogna compiere azioni un atleta possa essere un mero esecutore, deve essere un attore principale, saper prendere decisioni responsabili per il bene della squadra».

Nelle squadre, come anche nelle classi, c’è chi trova difficile integrare individualità talentuose, penso a Cecilia Zandalasini ma non solo. Lei no?

«Il cuoco non deve essere solo bravo a scegliere gli ingredienti migliori, deve saperli anche integrare. Se dispone di alimenti ottimi e non riesce a metterli insieme è un problema suo. Io non ho mai creduto che uno schema da solo potesse far vincere partite, ciò che fa vincere è la capacità di far giocare bene gli altri: i grandi campioni di qualsiasi sport sono quelli che illuminano il gioco dei compagni. Lo dico quando parlo di bullismo nelle scuole. Il bullo fa il contrario, distrugge i compagni e la squadra. Il mio ruolo di allenatore è far capire a ogni giocatrice i punti di forza della compagna e come insieme si possa crescere».

Che relazione ha con la sua squadra?

«Allenatore e squadra non esistono l’uno senza l’altra, magari posso spronare, alzare la voce, ma non mi arrabbio mai con le mie ragazze, perché non posso litigare con qualcuno che condivide con me l’obiettivo. Ho allenato in Serie A maschile, non ho mai rimproverato un giocatore che veniva fischiato perché aveva sbagliato, sarebbe stato schiaffeggiarlo due volte. Una qualità dell’allenatore è la capacità di capire di che cosa c’è bisogno in ogni situazione durante la partita. E non parlo solo di cambi, ma del saper cogliere qual è il momento in cui deve stare davanti e guidare, quello in cui deve fare un passo indietro per lasciare spazio alla giocatrice e quello in cui deve stare di lato e camminare accanto tenendo per mano. Si interviene meno, man mano che l’esperienza cresce, un po’ come con i figli: io non credo che lo sport sia un mondo a parte rispetto alla vita».

Soffrite il fatto che la pallacanestro femminile, con tre giocatrici nell’Nba, Cecilia Zandalasini, Matilde Villa e Lorela Cubaj, abbia meno visibilità di altri sport?

«Mi dispiace tanto il fatto che siamo un Paese sempre pronto a vedere il negativo: mi spaventa il fatto che si perda la capacità di apprezzare le cose belle».

CHI È ANDREA CAPOBIANCO

Una lunga esperienza da direttore tecnico delle Nazionali giovanili e in campionati maschili e femminili, Andrea Capobianco, classe 1966, dal 2023 è tornato sulla panchina della Nazionale femminile maggiore di basket portandola, nel 2025, al bronzo europeo. Insegna Psicologia dello sport e Teoria tecnica e didattica degli sport di squadra all’Università del Molise ed è presidente del Comitato allenatori.

(Intervista uscita su FC/13/26)