Come accade ogni volta che una vicenda giudiziaria perde i propri contorni in pasto ai social, dove tutto è bianco e nero, dove le sfumature spariscono a cominciare da quelle che sono fondamentali quando si tratta di applicare una legge, che prevede una gradualità proporzionata alle azioni effettivamente compiute e di conseguenza una gradualità nella reazione dello stato in termini di sanzione e di misura cautelare, si verificano effetti che con la giustizia, intesa come concetto astratto e come sua amministrazione, non c’entrano niente, anzi alimentano altre ingiustizie.

Come prevedibile gli effetti della gazzarra social si stanno vedendo anche a seguito del caso degli abusi sessuali ai danni di una ragazzina tredicenne a Torino, un caso che sembra fatto apposta per accendere gli animi: sulla saracinesca, chiusa, del minimarket teatro del palpeggiamento è comparsa una scritta «Pedofilo infame in mano al popolo», un neanche troppo nascosto invito al linciaggio, incompatibile con le leggi di un Paese democratico. (Chi plaude a quella scritta ha messo in conto che potrebbe andarne di mezzo per scambio di persona anche qualcuno che magari lavora lì e non c’entra assolutamente nulla, per la sola colpa di condividere la nazionalità con l’uomo indagato?).

Altrettanto tra i commenti sui social si sono segnalati casi, di minaccia al GIP che ha scritto l’ordinanza di convalida e alla sua famiglia. In tutto questo si è persa completamente la misura del fatto che l’amministrazione della giustizia in nome del popolo non ha nulla a che fare con la giustizia direttamente in mano al popolo, che i processi si fanno in Tribunale, che la strada corretta per reagire a una ordinanza di cui non si condivide il merito è impugnarla, come ha fatto il Pm, davanti al Riesame.

In tutto questo a contribuire alla confusione si è messa la politica, con il ministero che ormai invia ispettori a ogni decisione giudiziaria non gradita, e con il Governo che dopo il referendum, in cui ha vinto il “no” alla riforma dell’ordinamento giudiziario, sembra non essere mai uscito dalla campagna elettorale che lo ha preceduto e spesso adopera la via disintermediata dei social per criticare in modo diretto singole decisioni della magistratura. Le critiche al GIP di Torino sono state così accese da indurre anche l’avvocatura a intervenire per chiedere di abbassare i toni, senza contare il fatto che a scrivere le leggi che vengono applicate sono Governo e Parlamento.

Alla lunga ad andarne di mezzo, in questo clima, che favorisce l’emotività a svantaggio della comprensione degli aspetti tecnici, rischiano di essere la fiducia nelle istituzioni e la tenuta della struttura democratica. Non per caso Marta Cartabia, ex presidente della Corte costituzionale nel saggio Forza e fragilità della democrazia costituzionale nel libro La democrazia non esiste in natura, scritto con Luciano Violante per Bollati Boringhieri, inserisce l’indebolimento della separazione dei poteri e il diffondersi di uno stile di discorso pubblico «diretto e immediato, continuo e disintermediato, spesso estremo», con toni «sempre più aggressivi, a tratti brutali», tra i fattori di rischio delle democrazie contemporanee.