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Una scritta, fatta con la vernice verde, comparsa sulla saracinesca del minimarket di Borgo Vittoria dove una ragazza di 13 anni ha subìto una molestia sessuale da parte di un commesso. Torino, 2 settembre 2026.
Come accade ogni volta che una vicenda giudiziaria perde i propri contorni in pasto ai social, dove tutto è bianco e nero, dove le sfumature spariscono a cominciare da quelle che sono fondamentali quando si tratta di applicare una legge, che prevede una gradualità proporzionata alle azioni effettivamente compiute e di conseguenza una gradualità nella reazione dello stato in termini di sanzione e di misura cautelare, si verificano effetti che con la giustizia, intesa come concetto astratto e come sua amministrazione, non c’entrano niente, anzi alimentano altre ingiustizie.
Come prevedibile gli effetti della gazzarra social si stanno vedendo anche a seguito del caso degli abusi sessuali ai danni di una ragazzina tredicenne a Torino, un caso che sembra fatto apposta per accendere gli animi: sulla saracinesca, chiusa, del minimarket teatro del palpeggiamento è comparsa una scritta «Pedofilo infame in mano al popolo», un neanche troppo nascosto invito al linciaggio, incompatibile con le leggi di un Paese democratico. (Chi plaude a quella scritta ha messo in conto che potrebbe andarne di mezzo per scambio di persona anche qualcuno che magari lavora lì e non c’entra assolutamente nulla, per la sola colpa di condividere la nazionalità con l’uomo indagato?).
Altrettanto tra i commenti sui social si sono segnalati casi, di minaccia al GIP che ha scritto l’ordinanza di convalida e alla sua famiglia. In tutto questo si è persa completamente la misura del fatto che l’amministrazione della giustizia in nome del popolo non ha nulla a che fare con la giustizia direttamente in mano al popolo, che i processi si fanno in Tribunale, che la strada corretta per reagire a una ordinanza di cui non si condivide il merito è impugnarla, come ha fatto il Pm, davanti al Riesame.
In tutto questo a contribuire alla confusione si è messa la politica, con il ministero che ormai invia ispettori a ogni decisione giudiziaria non gradita, e con il Governo che dopo il referendum, in cui ha vinto il “no” alla riforma dell’ordinamento giudiziario, sembra non essere mai uscito dalla campagna elettorale che lo ha preceduto e spesso adopera la via disintermediata dei social per criticare in modo diretto singole decisioni della magistratura. Le critiche al GIP di Torino sono state così accese da indurre anche l’avvocatura a intervenire per chiedere di abbassare i toni, senza contare il fatto che a scrivere le leggi che vengono applicate sono Governo e Parlamento.
Alla lunga ad andarne di mezzo, in questo clima, che favorisce l’emotività a svantaggio della comprensione degli aspetti tecnici, rischiano di essere la fiducia nelle istituzioni e la tenuta della struttura democratica. Non per caso Marta Cartabia, ex presidente della Corte costituzionale nel saggio Forza e fragilità della democrazia costituzionale nel libro La democrazia non esiste in natura, scritto con Luciano Violante per Bollati Boringhieri, inserisce l’indebolimento della separazione dei poteri e il diffondersi di uno stile di discorso pubblico «diretto e immediato, continuo e disintermediato, spesso estremo», con toni «sempre più aggressivi, a tratti brutali», tra i fattori di rischio delle democrazie contemporanee.







