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ANSA
C'è un momento, entrando in un carcere, in cui il numero smette di essere un numero. Non sono più 65.661 detenuti, come quelli presenti nelle carceri italiane al 31 agosto. Non sono più il 142,1 per cento di sovraffollamento, né i 19.468 posti che mancano rispetto alla capienza effettivamente disponibile. Diventano persone. Volti. Attese. Richieste rimaste senza risposta. Famiglie che aspettano una telefonata. Agenti che fanno doppi turni. Educatori che devono dividere il proprio tempo tra centinaia di detenuti.
È questa la realtà che racconta don David Maria Riboldi, 44 anni, cappellano della Casa circondariale di Busto Arsizio e parroco di Sant'Anna. Da otto anni entra quasi ogni giorno nel carcere. Ma non si limita a entrarci: con la cooperativa sociale La Valle di Ezechiele, nata nel 2019 proprio da una sua intuizione, prova a costruire fuori dalle sbarre ciò che dentro rischia di andare perduto: relazioni, lavoro, responsabilità, futuro.


Perché il carcere, dice, non è soltanto il luogo in cui una persona sconta una pena. È anche il luogo in cui lo Stato dovrebbe prepararla a tornare cittadina. E oggi, invece, quella macchina sembra inceppata.
La fabbrica dell'attesa
I numeri fotografano un'emergenza che non è più soltanto emergenza. Al 31 agosto nelle carceri italiane c'erano 65.661 detenuti, 868 in più rispetto a luglio. La capienza effettivamente disponibile nei 189 istituti penitenziari era di 46.193 posti: quasi ventimila persone oltre la disponibilità reale. Il tasso medio di sovraffollamento è arrivato al 142,1 per cento, il livello più alto mai raggiunto. In 85 istituti supera il 150 per cento; in alcuni, come Lucca, San Vittore a Milano e Foggia, supera il 220 per cento.
Non è soltanto una questione di letti, celle e metri quadrati. È una questione di tempo.
«Il sovraffollamento diventa un ostacolo per il personale stesso a gestire ciò che dovrebbe essere un normale accompagnamento delle persone», racconta don David.
A Busto Arsizio, spiega, circa 440 detenuti devono essere seguiti da appena quattro educatrici. Il risultato è una lenta trasformazione del carcere in una fabbrica dell'attesa: una richiesta, una domanda, un documento possono rimanere sospesi per settimane. Non necessariamente perché qualcuno abbia deciso di ignorarli, ma perché il sistema non riesce più a stare dietro a tutto.
E quando una persona è già abituata, prima ancora di entrare in carcere, a sentirsi abbandonata, quell'attesa può assumere un significato devastante.


«Le persone che già vengono da un vissuto di abbandono extramurario» finiscono per sentirsi confermare, dice don David, di essere «un continente per nessuno».
È forse qui che il sovraffollamento rivela il suo volto meno visibile. Non soltanto corpi stipati nello stesso spazio, ma diritti che rallentano, relazioni che si consumano, operatori costretti a rincorrere l'emergenza invece di accompagnare le persone.
Nel secondo semestre del 2025, racconta il cappellano, nel carcere di Busto Arsizio si sono registrati 1.155 episodi critici: risse, aggressioni, autolesionismo, incendi, insulti agli agenti. Una media di circa sei episodi al giorno. «Lo straordinario è diventato l'ordinarietà».
Quando anche una risposta che non arriva diventa una ferita
Don David racconta la storia di un detenuto che aveva chiesto per mesi di essere avvicinato alla propria famiglia, che viveva nel Bresciano. Voleva rendere più facile alla moglie portare la figlia piccola a trovarlo. La richiesta era stata respinta. Ma nessuno glielo aveva comunicato.
Poi una sera il ragazzo diede fuoco alla sezione. Il giorno dopo, chiamato a rispondere di ciò che aveva fatto, pose una domanda semplice: perché nessuno gli aveva detto che quella richiesta era stata respinta?
Non è un'assoluzione. Non lo deve essere. Ma è un racconto che mostra un'altra faccia della detenzione: il punto in cui una procedura amministrativa, una risposta che tarda, una comunicazione che non arriva diventano materia umana.


Il carcere dovrebbe essere il luogo della pena. Rischia invece di diventare anche il luogo dell'abbandono. E intanto la pressione cresce anche su chi lavora dall'altra parte delle sbarre.
Gli agenti della Polizia penitenziaria, racconta don David, sono costretti a coprire turni difficili in una situazione di forte carenza di personale. La conseguenza non è soltanto la stanchezza fisica. È una perdita di motivazione, di senso di appartenenza, perfino dell'orgoglio di indossare una divisa al servizio dello Stato. «Fare corpo, fare squadra, sta sfumando molto», dice.
Il carcere, insomma, non logora soltanto chi è detenuto. Logora anche chi deve custodirlo, assisterlo, curarlo, educarlo.


Il paradosso della sicurezza
Il 21 agosto è entrata in vigore la legge cosiddetta «svuota-carceri», che consente in determinate condizioni alle persone detenute con problemi di dipendenza da droghe o alcol di accedere a percorsi alternativi, domiciliari o in comunità terapeutiche. Ma, come ha documentato Avvenire, mancano ancora strutture, personale e risorse sufficienti: le persone potenzialmente interessate sarebbero oltre 20 mila, mentre i fondi disponibili nel 2026 consentirebbero di spostarne dalle carceri ai centri di accoglienza circa 500.
Il paradosso è tutto qui: una norma può prevedere una strada alternativa, ma se quella strada non esiste davvero, la persona resta in cella.
Don David porta la discussione ancora più lontano. La domanda, dice, non dovrebbe essere soltanto quante persone riusciamo a togliere dal carcere. Dovremmo chiederci quante persone riusciamo a restituire alla società. «Perché ci deve importare così tanto il benessere delle persone dentro per la sicurezza dei cittadini fuori?», gli viene chiesto. La risposta arriva da un'altra idea di giustizia.
«Potersi sentire benvoluto a questo mondo» dovrebbe essere, dice, quasi un diritto. E quando prova a volere bene a qualcuno che non si è mai sentito voluto bene, non pensa di fare beneficenza: «Sto rendendo giustizia del suo essere al mondo».
Non è una frase sentimentale. È una precisa idea politica della sicurezza.
Se una persona esce dal carcere senza casa, senza lavoro, senza relazioni, senza nessuno che la aspetti, il rischio è che torni esattamente nel luogo umano e sociale da cui era partita. Se invece trova un lavoro, una responsabilità, qualcuno disposto a riconoscerla come persona prima ancora che come detenuto, cambia il punto da cui ricominciare.
Una valle per tornare in piedi
È questa l'idea da cui nel giugno 2019 è nata La Valle di Ezechiele. Il nome viene dal capitolo 37 del libro del profeta Ezechiele: una valle piena di ossa inaridite, davanti alle quali Dio chiede al profeta di pronunciare parole perché possano tornare alla vita. La cooperativa ha scelto quella immagine come metafora del proprio lavoro: vedere persone rialzarsi dopo la galera.
Non è un progetto assistenziale. È lavoro.


La cooperativa ha costruito negli anni diverse attività: dalla digitalizzazione degli archivi alla produzione della Prison Beer, dai cesti natalizi dell'economia carceraria al calendario artistico realizzato con un corso di fotografia nella Casa circondariale di Busto Arsizio, fino al Chiosco da Mario. Il sito della cooperativa racconta inoltre che dal 2020 sono state 35 le persone a cui è stato dato un lavoro.
È la parola «lavoro» a cambiare tutto.


Perché un contratto non è soltanto uno stipendio. È un orario da rispettare, un collega che ti aspetta, un cliente a cui rispondere, una responsabilità che non puoi semplicemente abbandonare. È, soprattutto, un pezzo di identità che non coincide più con il reato commesso. «Nessuno si salva da solo», è la convinzione da cui è nata La Valle di Ezechiele. E nessuno, spiegano alla cooperativa, dovrebbe essere costretto a rialzarsi da solo dopo la galera.
«Nessuno nasce innocente»
C'è un'altra parola che don David porta dentro il carcere: «innocente».
È anche il titolo del libro-intervista che ha scritto con Marco Linari, Nessuno nasce innocente. Perché la distanza tra «noi» e «loro», tra chi sta fuori e chi sta dentro, rischia di diventare un alibi.
«Il modo di porsi, spesso, degli operatori, è di sentirsi sempre un gradino sopra», osserva. Ma la rieducazione, dice, comincia quando si smette di costruire quella distanza.
Non significa cancellare le responsabilità. Al contrario: significa assumerle.
«Una comunità di persone non innocenti, di fratelli e sorelle non innocenti, tutti in cammino». È questa, per don David, la postura con cui affrontare il carcere. La persona detenuta ha commesso un reato. Deve risponderne. Ma il reato non può diventare la sua intera biografia.
È qui che la parabola della Valle di Ezechiele diventa concreta: non negare le ossa, ma provare a immaginare che possano tornare a essere corpo.
La libertà che passa anche da una telefonata
Tra le richieste che don David vorrebbe vedere trasformate subito in legge ce n'è una apparentemente piccola: il telefono in cella, con sistemi di controllo adeguati.
La sua argomentazione è semplice: la privazione della libertà non dovrebbe trasformarsi automaticamente nella privazione degli affetti. Una telefonata al figlio. Gli auguri per una laurea. Le condoglianze per un lutto. La possibilità di partecipare, almeno attraverso una voce, alla vita della propria famiglia.
«Se uno ha quattro figli, come fa a parlare con tutti con dieci minuti alla settimana?».
È una domanda che sposta ancora una volta lo sguardo. Il detenuto non è soltanto qualcuno che ha commesso qualcosa. È anche un padre, una madre, un figlio, un fratello.
Durante la pandemia, le videochiamate sono entrate nelle carceri e, ricorda don David, quella battaglia ha portato alla loro trasformazione in uno strumento ordinario per i colloqui. Una conquista particolarmente significativa negli istituti del Nord, dove molti detenuti stranieri hanno i familiari a migliaia di chilometri di distanza.
La pena resta. Ma non deve necessariamente cancellare ogni relazione.
Che cosa restituiamo alla società?
Forse il carcere italiano si trova davanti a questa domanda, prima ancora che a quella dei posti mancanti.
Possiamo costruire nuove celle. Possiamo aumentare la capienza. Possiamo assumere personale. Possiamo approvare nuove leggi.
Ma se una persona trascorre anni in uno spazio sovraffollato, con poche opportunità di lavoro, educazione e relazione, e poi esce senza una casa, senza un mestiere e senza una rete sociale, quale sicurezza abbiamo costruito?
La domanda di don David è più scomoda: «Il criminogeno è una persona che esce da quel circuito, riesce a vivere una vita onesta e serena e non recidivante». È questo, alla fine, il punto.
La sicurezza non è soltanto impedire a qualcuno di fare del male. È anche creare le condizioni perché non torni a farlo.
Dentro il carcere, allora, non ci sono soltanto 65 mila persone. Ci sono 65 mila possibili ritorni nella società. E ogni ritorno può prendere due strade: quella di chi esce ancora più solo, più arrabbiato e più lontano dagli altri; oppure quella di chi trova una porta, un lavoro, una relazione, qualcuno che gli dica che la sua storia non è finita.
La Valle di Ezechiele prova a fare una cosa molto concreta: aprire quella porta.
Don David la racconta senza nascondere la fatica. Non propone di cancellare la pena. Non chiede di dimenticare le vittime. Chiede di non confondere la giustizia con l'abbandono.
Perché una società sicura non è quella che riesce soltanto a tenere le persone dietro una porta chiusa.
È quella che, quando quella porta finalmente si apre, ha ancora un posto dove accoglierle.


















