PHOTO
epa12730984 Gold medalist Federica Brignone of Italy kisses her medal during the medal ceremony of the Women's Super G of the Alpine Skiing competitions at the Milano Cortina 2026 Winter Olympic Games, Tofane ski centre in Cortina d'Ampezzo, Italy, 12 February 2026. EPA/JURE MAKOVEC
C’è un momento nello sport in cui cadono i superpoteri, niente più mantello rosso né scudo con la “s” sul petto, zero ragnatele dai polsi, la camicia a quadri intatta anche se non stirata, un attimo in cui la retorica dei Supereroi implode su sé stessa, in cui il campione cessa di essere la versione moderna di Supermen, Spiderman, Hulk, per lasciare spazio all’ordinaria umanità di Clark Kent, di Peter Parker, di Robert Banner. È il momento i cui i corpi superallenati e iperaccessoriati dal talento si spaccano: i legamentti si rompono, le ossa si sbriciolano, i tendini si sfilacciano denudando la stessa materia degli umani, magari di prima qualità, ma con le stesse fragilità, lo stesso dolore, la stessa fatica nel recupero, le stesse incognite sul futuro. La retorica dello sport va in pezzi con il corpo che esplode e si resta senza pelle esposti nudi alle domande ultime, in cerca di risposte che nessuno può dare, come prova l’immagine pubblicata su Instagram da Lindsey Vonn.


Di questo ha parlato ai media del mondo Federica Brignone dopo la sua incredibile medaglia d’oro: «Per dieci mesi mi hanno chiesto: “gareggerai a Milano Cortina?”. Non lo so, non riesco a camminare, non so se riuscirò mai a rimettere un paio di sci. Anche oggi, ogni giorno sento dolore, anche se ogni giorno miglioro, e riesco a camminare senza dolore se non cammino a lungo. Dopo lo sci sento sempre dolore, non è mai facile, ma ho uno straordinario team di medici e fisioterapisti che si occupano di me per ore ogni giorno ed è grazie a loro che posso ogni giorno sciare. Pochi giorni prima del SuperG ho provato a sciare e ho rinunciato perché il dolore era troppo ma non ho pensato di non fare la gara, solo ho cercato di preservarmi per stare meglio e poterci essere».


È quello il momento in cui lo sport smette di alto livello smette di essere metafora della vita e diventa vita vera, nella quale ci si misura a volte con il fondo del pozzo, con lo sconforto, con il dubbio di non tornare quelli di prima e di non sapere più chi si è davvero. In quel momento un corpo ben allenato, può essere d’aiuto, ma non ha superpoteri cui attingere. È quello spesso il momento in cui ci si scopre con più risorse di quelle che si credeva di avere. Nel percorso, ancor più che al traguardo: «Per la mia gamba in queste gare è stato tutto nuovo: nuovo ogni dosso, nuovo ogni salto, nuova la velocità, ogni giorno la mia gamba fa un progresso ma ancora fa male, ho ferri dentro, non è ancora guarita. Mi sento fortunata a essere qui, a novembre ancora non sapevo se avrei potuto sciare».


C’è chi dice che Fede non abbia paura di niente, lei nega o almeno, contestualizza: «Non è vero che non ho paura di niente, ma so quello che sto facendo, scio sempre in controllo e so che l’incidente che ho avuto nel mio sport è una fatalità che può accadere e lo devi accettare, la cosa più importante che ho fatto nella mia vita è stato accettare il mio infortunio, se sei uno sciatore alpino sai che può accadere, se hai paura che accada di nuovo non è facile andare veloce, sono onesta anche nella discesa dell’altro giorno, nella prima discesa a Crans-Montana un po’ ho tenuto, se l’anno scorso ho fatto linee da trigre, quest’anno faccio linee “sicure” non è facile, penso che la cosa più difficile sia l’aspetto non fisico ma mentale».
», ammette Federica
«Il dolore che ho avuto e che ho», ammette Federica «non si può cancellare, ci si può passare sopra, ma non può essere cancellare. Quello che ho imparato è a non essere troppo "cattiva” con me stessa: ci sono cose che non puoi controllare, puoi fare il massimo di quello che è nelle tue possibilità, ma non quello che è fuori dal tuo controllo, tutte le volte in cui ho provato a fare uno squat e non riuscivo perché la gamba cedeva, non avevo alternative che rispettare il limite imposto: sono sempre una che nella vita faceva accadere le cose invece questa volta ho dovuto imparare che non sempre si può». Umano, troppo umano. Per questo più vero che mai, anche se il risultato finale sembra una favola. Non lo è.




