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Franco Baresi. in azzurro agli europei del 1988 ANSA
Con quella faccia un po’ così, metà marinaio di Branduardi metà pescatore di De André, precocemente segnata dalla vita, a dispetto di quel soprannome bambino che gli era rimasto attaccato, il Piscinin, dagli anni del pensionato di Milanello, se n’è andato Franco Baresi, a 66 anni.
Ci resteranno occhi chiari come il mare capaci solo, di sognare che parevano rubati a un verso di George Moustaki, vagamente malinconici e l’incedere elegante a testa alta che è stato la cifra del suo stare in campo. Se n’è andato, portato via da un male ai polmoni che da tempo lo aveva ghermito, nel silenzio discreto che ha caratterizzato la sua vita anche sotto i riflettori, uno dei difensori più vincenti e uno dei talenti più puri del calcio italiano, classe inversamente proporzionale alla statura fisica.
E chissà quanto avrà rimpianto l’Inter senza poterlo ammettere di averlo scartato ragazzino non fidandosi della sua capacità di crescere in tecnica più che in centimetri e di averlo lasciato all’altra metà di San Siro.
Bresciano di Travagliato, Baresi aveva perso presto papà e mamma, per tutta la vita ha ricordato gli anni di solitudine del pensionato di Milanello, cui l’ha tenuto avvinto solo la grande passione della sua vita, condivisa con Beppe di tre anni più grande entrato nel 1973 nelle giovanili nerazzurre.
Per anni e anni a San Siro il derby è stato fratricida e lo scambio dei gagliardetti una faccenda di famiglia. Ma alla fine è stato dei due Franco a incidere più profondamente nella storia del calcio con il Milan, in cui ha esordito ragazzino per volere Nils Liedholm, a 17 anni il 23 aprile 1978, al posto dello squalificato Ramon Turone, dietro le spalle un Albertosi che si fidava poco. Ma alla fine negli spogliatoi trovò Nereo Rocco che a modo suo gli rivelò di averlo notato in campo: «Ciò, mona, te ga zogà anca ti?».
Capitano per antonomasia, in campo Baresi perdeva ogni timidezza, aveva una leadership naturale fatta di pochissime parole, tutta sguardi alti, passaggi precisissimi, tecnica sopraffina nel portare via palla da libero nella posizione più rischiosa, quella da ultimo uomo: 719 presenze nel Milan, 81 in Nazionale, appena due espulsioni dirette una delle quali per aver applaudito l’arbitro, e un’altra decina per somma di ammonizioni, che la dicono lunga sulla lealtà dell’uomo e sulla tecnica del calciatore, rispettato da tutti per quello che sapeva fare.
Due sole maglie nella vita, mai tradite: il rossonero e l’azzurro. Il rossonero lo ha vissuto cucito come una pelle: quando il Milan nel 1982 finì in B – quella volta sul campo, la seconda dopo la retrocessione del 1980 per le scommesse – Baresi che pure era già Baresi ha scelto di restare, per non voltare le spalle nel momento più buio alla società che lo aveva cresciuto, dandogli in Italo Galbiati e nel massaggiatore Paolo Mariconti secondi padri, e che lo aveva anche aspettato, nel 1981, quando una grave infezione lo aveva tenuto fermo quattro mesi, senza sapere come sarebbe andata a finire. Fedeltà ricambiata: insieme, tra gli anni Ottanta e i Novanta, Baresi e il Milan del Biscione, guidato in successione da Sacchi e Capello, hanno vinto l’impossibile, alzato più coppe del brindisi della Traviata e raccolto più medaglie di un raduno di generali. In azzurro per il capitano il ricordo più bello è insieme il più triste: il Mondiale del 1994, finito con quel rigore tirato sopra la traversa, il corpo stremato dalla fatica dei 120 minuti della più bella partita mai giocata in Nazionale a 34 anni, a 24 giorni dall’intervento al menisco, rotto nella partita contro la Norvegia e operato lì in America.
Una finale giocata con il via libera dei medici proprio la sera prima e quel «sì me la sento», detto ad Arrigo Sacchi, perché un vero capitano se sente di farcela deve dare l’esempio e non può tirarsi indietro.
A un certo punto, da difensore centrale, quel giorno portò palla, a testa alta da par suo, scartando mezzo Brasile e si pensò che in quella giornata memorabile nel caldo torrido di Pasadena alle 13, e senza intervalli supplementari per bere, in cui gli stava riuscendo tutto il libero Baresi potesse anche arrivare anche in porta. Non è andata così, ma a differenza di Roberto Baggio, Franco Baresi non ha continuato a sognare per tutta la vita quel rigore per correggergli nel sonno la fortuna e vederlo finalmente entrare: sapeva che la vita prende e dà, lo aveva imparato da bambino, con dolori più grandi di una sconfitta sul campo di pallone, anche se le sue lacrime in ginocchio su quel dischetto restano una immagine indelebile della storia del nostro calcio.
Ricordava con senso della realtà il fatto che il suo destino ai Mondiali fosse stato un canone inverso: campione del Mondo in Spagna facendo solo tribuna, terzo a Italia 90 con l’Italia favorita, e secondo e sconfitto a Usa 1994 dopo la sua partita migliore.
Se ne va nei giorni di un calcio italiano da rifondare e forse è proprio dalla storia del Piscinin dovrebbe ripartire, cominciando a non scartare i ragazzini perché basta un refolo per farli cadere, ma a tenerli avvinti se hanno talento e passione, serietà e pazienza, sapendo che il calcio non è solo una faccenda di chili di muscoli. Franco non ha avuto paura di tirare quel calcio di rigore perché sapeva che un capitano deve assumersi la responsabilità e che l’altruismo e la fantasia li aveva già dimostrati in quello che aveva fatto fin lì.
Se alla Nazionale serve un esempio cui ispirarsi per il nuovo corso dell’Italia, se avrà la pazienza di cercarlo lo troverà già in casa, nelle gambe sottili e leggermente arcuate del Piscinin che sapevano telecomandare il pallone, forse anche con il cuore, ma soprattutto con la tecnica, con la classe che gli sarebbe valsa il soprannome adulto di Kaiser Franz, spendendo un paragone di peso con Beckenbauer. I muscoli e i centimetri, se fossero venuti, sarebbero stati un di più.





