Alla fine Giovanni Malagò, cacciato Pirlo sull’orlo dell’ingaggio per motivi di «opportunità», ha deciso da solo e lo rivendica. Si aspetta soltanto la firma, ma la direzione è quella che il presidente federale voleva dall’inizio: il nuovo Ct dell’Italia è Roberto Mancini, che da tempo non faceva mistero di essere pronto a tornare a Canossa, dopo la pessima uscita di scena di tre anni fa. Alle sue spalle, per immaginarsi il futuro, ci sarà Claudio Ranieri, l’uomo delle mille salvezze.

A loro diversissimo modo, due simboli. Mancini è per l’Italia un giano bifronte: dal lato festoso ha la faccia del tecnico stimato nel mondo e dell’ultima vittoria italiana in azzurro, l’Europeo del 2021 a Wembley contro l’Inghilterra, dal lato cupo quella della caduta di stile con cui ha lasciato, per molti tradito, la maglia che, almeno a parole, è per tutti sinonimo di fedeltà: mollata a mezzo guado e senza preavviso per l’offerta faraonica dell’Arabia saudita, Federazione, squadra e successore (Spalletti, assunto in corsa e poi cacciato dopo gli ultimi Europei) piantati in asso con una Pec da Mykonos a Ferragosto. Una cosa che evidentemente non ha posto questioni di «opportunità».

Ranieri, invece, è la stessa cosa ovunque nel mondo: l’hombre vertical fedele a sé stesso e ai suoi principi, il signore del calcio, con fama di tocco miracoloso: sir Claudio per gli inglesi, titolo di baronetto conquistato sul campo con il Leicester dalla promozione alla vittoria in Premier, sor Claudio a Roma città, dove ancora è di casa, anche se il suo cuore giallorosso, nella convivenza con Gian Piero Gasperini, ha vissuto nell’ultima stagione qualche fibrillazione, pur giungendo a una separazione molto civile com’è nel suo stile. Lo stile del rigore specchiato, di chi anche nel mezzo di una festa promozione trova il tempo, il modo e l’attenzione di notare che i suoi tifosi fischiano l’avversario e di chiedere loro di smettere.

Stavolta gli si chiederà probabilmente di salvare l’Italia del futuro, studiando il progetto giusto per rifondare un calcio lontano dai fasti del passato, a patto di aver chiaro che non si fa nel giro di qualche mese. A Mancini si chiederà, invece, di mettere a disposizione la propria professionalità per rifare quello che ha già fatto nel 2021: spremere il meglio con quello che c’è, facendo rilucere come oro anche il princisbecco se del caso, in attesa che si estraggano nuove pepite sul lungo periodo: sapendo che non sarà facile ripetere quella congiuntura, nata come un fiore nel deserto di una crisi di sistema che già c’era e che la vittoria europea ha coperto ma non superato. Sarebbe già qualcosa se esordisse nell’ufficialità avendo la cura di non nominare il luogo comune dell’attaccamento alla maglia. Perché nel suo caso non sarebbe proprio il caso.