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Lionel e Nole in contemporanea il 7 luglio 2026, di là e di qua dall’Atlantico mettono una tacca sulla storia dello sport, tra una notte da leoni europea, e un mezzogiorno di fuoco americano, sulla scorta di una giovinezza per entrambi inventata a 39 anni. Nati nel 1987 a cinque settimane di distanza, giocano a smentire le tabelle che li vorrebbero da tempo fuori dai radar che intercettano i migliori in un campo, lo sport, che chiede solo eroi giovani e belli.


Lionel Messi, artefice pressoché singolare della rimonta argentina sull’Egitto, vissuta nelle montagne russe di un rigore sbagliato, di un goal propiziato e di un altro messo nel sacco che alla fine porta l’albiceleste ai quarti di finale, è ufficialmente l’uomo immagine di Usa-Canada-Messico 2026: da quando, quattro anni fa, si è tolto dalle spalle il fantasma dello zero tituli in Nazionale e il confronto, per definizione impari, con Maradona; da quando gioca a Miami dove il pallone è solo un gioco e neanche il più importante, senza più il peso arcigno del clasico, e delle leghe europee in cui il calcio è sempre religione, ogni sconfitta eresia e ogni errore meritevole della croce; da quando non ha più bisogno di dimostrare a nessuno di essere cresciuto abbastanza nella statura fisica e calcistica, dà l’idea di stare in campo con la spensieratezza dei bambini, giocando per il puro piacere di giocare. Solo cercando di spostare più in là la notte che fatalmente deve venire: quando si spengono i riflettori e la vita porta via il pallone. Chi ha avuto la fortuna di vivere di un gioco spesso, anche se non lo dice, ha paura del buio.


Per Novak Djokovic forse è diverso: ha imparato bambino che il buio è amico, nelle notti del coprifuoco squarciato dalle bombe nel cielo sopra Belgrado. Nella sua infanzia prigioniera della guerra dei Balcani, le righe del campo sono state uno spazio delimitato di libertà, l’ultimo residuo di spensieratezza in un mondo lacerato che non la concedeva neanche ai piccoli. Dopo, ha dovuto fare delle righe del campo da tennis la sua metaforica trincea per poter vincere tanto, sempre sempre sotto il tiro del fuoco di fila di un pubblico sempre nemico, che quasi ovunque nel mondo stava sempre con Federer o Nadal. Solo adesso che non è più il favorito può godersi finalmente il tifo a favore. Lo ricompensa regalando partite memorabili come le cinque ore nelle quali ha piegato Félix Auger-Aliassime. Si diverte a stupire, a smentire, dando quello che si pensa non possa più dare. Ammetterà alla fine: «È per partite come queste che continuo». Sa che quella domanda aleggia nell’aria: “quando smette?”: gli ricorda di non essere più quello che è stato ma glielo perdona in cambio di partite così.
Novak Djokovic non ha potuto essere bambino a tempo debito e non lo può ritornare: è un uomo che sta barattando con chi comanda in cielo la restituzione, fuori tempo, uno scampolo del tempo perduto: ma come insegna la mitologia, sa che non tutto si può avere: un bonus di anni in aggiunta sì, la spensieratezza negata no, sé stessi come si è stati neanche.


Troverà Sinner in semifinale, il giovane che più gli somiglia nel circuito, il numero uno al mondo, lo specchio delle sue brame, ma, Jannik sì, con il vento del tempo a favore. Se la fatica fisica non avrà sconfitto il vecchio lupo in partenza, la giovane volpe avrà bisogno di tutta la sua astuzia per averne ragione, come l’Australia insegna. Ma lo sport esiste per questo. Per regalare partite così. Storie così.




