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Si chiamava Massimo. È morto a Monza, solo, nei primi giorni di luglio, su una panchina. Stroncato da un malore, dal caldo torrido e dalla solitudine.
Si muore sulla strada. Si muore per davvero, in inverno e in estate. Lo testimoniano i dati che la fio.PSD, la federazione degli organismi che operano a favore delle persone senza dimora, aggiorna ogni anno. La strage silenziosa e invisibile falcidia, nel nostro Paese, ogni anno, sempre più homeless. E Massimo è un’altra croce sulla strada.
Nel 2025 sono morte 414 persone senza dimora, un numero tristemente in linea con il dato degli anni precedenti.
Si muore in spazi pubblici, visibili e facilmente accessibili: nel 34% dei casi i ritrovamenti sono in strada, parchi e aree pubbliche.
Si muore giovani: l’età media dei decessi si attesta a 46,3 anni. Un dato questo cruciale, se pensiamo che l’età media di morte della popolazione italiana è di quasi 82 anni, che restituisce tutta la drammaticità delle conseguenze della vita in strada.
Si muore in inverno per il grande freddo e si muore in estate: 115 morti nei mesi più freddi dell’anno, 99 in quelli estivi.
Numeri che ci dicono come non sia difficile immaginare che proprio il caldo torrido stia dietro a molte di queste tragedie. Morti improvvise, in organismi già provati dalla durezza della vita di strada, in condizioni spesso aggravate da patologie croniche non curate.


L’estate, per chi ha una casa, una famiglia, una rete di affetti, è il tempo del riposo e della vacanza. Non lo è per chi vive in strada. Il caldo non è meno pericoloso del freddo, e lo è in silenzio, senza l’attenzione mediatica che riserviamo alle emergenze invernali. Sì, perché se una cosa positiva è accaduta, negli ultimi anni, nelle politiche di contrasto alla grave emarginazione, è il cambiamento nell’approccio da quella che comunemente veniva definita come emergenza freddo, al cosiddetto piano freddo. L’inverno torna ogni anno, con il suo carico di gelate e di notti sotto zero. Ma trova pronti comuni e associazioni, sempre più capaci di garantire posti letto al caldo, accoglienza e umanità.
Sarebbe il caso di fare lo stesso nei mesi estivi. Perché anche il caldo, spinto dal climate change e dai comportamenti dissennati dell’uomo, torna ogni anno a farsi sentire. E lo fa con effetti sempre più pesanti sulle vite delle persone più fragili.
Senza considerare poi, che c’è un altro tipo di caldo, meno visibile, che brucia altrettanto: la solitudine. Le città si svuotano. Tutti rallentano i loro ritmi. Le strade si fanno deserte e silenziose. Per chi vive ai margini, questo significa restare ancora più soli, in una città che pare dimenticarsi di loro.


E allora ben vengano i presidi delle associazioni, centri diurni freschi e ventilati, passaggi frequenti di unità mobili, garantire per tutti servizi di cura e sanità di prima necessità.
Tanto ancora si può e si deve fare. Perché nessuno merita di morire, solo, su una panchina.







