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Il 16 ottobre 2025, una bomba rudimentale esplode davanti alla casa di Sigfrido Ranucci a Pomezia. È un atto che non è semplice attentato: è uno strappo nella trama della democrazia, il tentativo di stroncare una voce scomoda con il fuoco e il ferro. Mesi dopo, nel silenzio costruito dalle indagini della Dda di Roma, emerge un nome che portava con sé il peso di precedenti giudiziari e di rapporti ambigui con il potere: Valter Lavitola.


L'imprenditore sessantenne, ex giornalista-editore, ex candidato alle europee con Forza Italia negli anni in cui il Cavaliere era al suo apogeo, viene ora descritto dalle procure come il mandante di questo gesto che va oltre la criminalità comune. Non è semplice vendetta criminale. È il terrore dello Stato debole che ricorre alla bomba quando la parola pubblica lo espone, quando l'inchiesta smonta le proprie architetture nascoste.
Lavitola ha fondato L'Avanti! nel 1996, il giornale che con il suo nome richiamava una tradizione socialista ormai lontana. Negli anni Duemila partecipò a quella transumanza della politica italiana dove i senatori cambiano schieramento come abiti: gli inquirenti lo inchiodavano per la "compravendita dei senatori", paghe invisibili per far cambiare casacca ai parlamentari.


C'era anche quella indagine per un tentativo di estorsione ai danni dello stesso Silvio Berlusconi, il magnate con cui Lavitola aveva costruito alleanze feconde. Quando il sistema dentro il quale hai prosperato inizia a vacillare, quando gli uomini che proteggevano la tua ombra spariscono o cadono, allora cambiano le regole. Allora, forse, si ricorre al male estremo.
La procura guidata da Francesco Lo Voi e dai magistrati Carlo Villani ed Edoardo De Santis ricostruisce un quadro preciso. Nel registro degli indagati compare il nome di Lavitola, insieme a un camerunense di quarantasette anni, Gomes Clesio Tavares. Costui è dipendente dal 2017 del ristorante Cefalú, esercizio nel quartiere Monteverde a Roma direttamente riconducibile all'imprenditore. La catena della responsabilità sale lentamente, come una marea. Secondo l'accusa, Lavitola avrebbe incaricato Tavares di cercare chi potesse reperire esplosivo e farlo detonare davanti all'abitazione del giornalista. E non solo ordinanze carta: ci sono i sopralluoghi, le celle telefoniche che registrano la presenza di Lavitola e Tavares nei pressi della casa di Ranucci il 15 settembre, un mese esatto prima dell'esplosione. È una ricognizione, il tempo che precede il crimine.


Quattro persone sono finite in carcere come esecutori materiali, gli uomini che hanno piazzato e acceso la bomba. Ma la parola "mandante" contiene universi di significato. È quella parola che distingue il sicario dalla mente che lo manda. È il potere che si cela dietro l'atto, che lo planifica, che sceglie il bersaglio con consapevolezza di ciò che rappresenta.
Sigfrido Ranucci è il volto della inchiesta televisiva, il conduttore di Report, la trasmissione che ha sempre agito come una spina nel fianco del potere italiano. Non è il primo giornalista minacciato in questo Paese, ma è uno di quelli che continua a sedere davanti alle telecamere con la stessa dignità, sapendo che gli attentati non sono irrazionali: sono messaggi. Ranucci lo sa. Lavitola, se è colpevole come l'accusa sostiene, lo sapeva ancor meglio.
Il movente resta ancora un interrogativo aperto. Ma in Italia, quando si vuol silenziare qualcosa, il movente non è mai semplice. Non è il denaro o la gelosia. È la paura che la verità, una volta esposta, non possa più essere ricacciata nel buio. È la disperazione di chi ha prosperato nell'ombra e vede la luce che si avvicina.
I carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati hanno sequestrato il cellulare e il computer di Lavitola. I magistrati sperano di trovare là, dentro quegli oggetti che portano le tracce dell'intenzione, la conferma di quanto già sanno da altre strade investigative. È il linguaggio digitale della contemporaneità, la nuova forma della confessione involontaria.


La domanda che rimane, quella che Terzani si porrebbe di fronte a questa storia italiana ancora una volta intorbidita dal ricorso alla violenza, è una sola: fino a che punto un uomo prospero e radicato nel sistema è disposto a scendere per difendersi? Fino a che punto la paura della caduta può trascinare verso il male anche colui che ha tutto da perdere, e che pertanto avrebbe dovuto saperne il costo?


È la lezione amara di questa vicenda. Non è lo straniero, non è il diseredato. È l'uomo seduto al tavolo del potere, il giornalista diventato imprenditore, il candidato a Bruxelles, colui che conosce le aule di tribunale per esperienza. È lui che, forse, ha scelto la bomba.








