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Quattordici aprile duemilaventisei. Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina si sono chiuse da poche settimane, la fiamma è spenta, le medaglie sono nei cassetti degli atleti. Eppure il Paese non ha ancora smaltito il conto. Centinaia di operai lavorano ancora sulle strade attorno a Cortina, i cantieri della Statale 36 Milano-Lecco sono aperti, la variante di Longarone, attesa da trentaquattro anni, la prima convenzione con Anas risale al 1995, non vedrà la luce prima del 2032. La pista da bob "Eugenio Monti", costruita abbattendo un chilometro di faggi e larici tra le polemiche degli ambientalisti, ha terminato le gare con danni strutturali da riparare. Intorno al Pala Italia di Santa Giulia, il palazzo disegnato da David Chipperfield, il giorno dell'inaugurazione dei Giochi i led erano spenti e l'area circostante era gru, fango e cumuli di mattoni: la riqualificazione del quartiere è in ritardo di otto anni.
In questo preciso momento storico, e non è un dettaglio marginale, è il cuore della questione, i sindaci di Milano, Torino e Genova, insieme ai presidenti delle rispettive regioni, si sono incontrati per annunciare che l'Italia vuole candidarsi a ospitare le Olimpiadi estive del 2036, o in alternativa quelle del 2040.
Beppe Sala, sindaco di Milano ha scritto su Instagram: «Viva il triangolo olimpico». Stefano Lo Russo, primo cittadino di Torino, ha detto alla radio che è «un bellissimo segnale di coesione del Nord-Ovest». Silvia Salis, ex campionessa olimpica di lancio del martello oggi sindaca di Genova, ha assicurato: «Siamo determinati, è una grande opportunità». Attilio Fontana ha ricordato che il Nord-Ovest è «uno dei motori più dinamici d'Europa». Alberto Cirio ha confermato che «è una strada che possiamo percorrere con buone opportunità». Parole. Per ora, solo parole.
Non è un giudizio morale, è una constatazione tecnica. Il progetto Nord-Ovest è al momento una pre-candidatura tecnica, non una candidatura formale. Non c'è ancora un dossier, non c'è una mappa ufficiale delle sedi di gara, non c'è una cornice economica pubblica e non c'è un passaggio già aperto con il CIO per una designazione. Lo stesso Sala ha ammesso che manca la cosa più ovvia per organizzare un'Olimpiade estiva: uno stadio olimpico, che «oggi non c'è» e che «potrebbe essere il principale vincolo».


Il progetto si chiama dei "giochi diffusi", ed è la stessa filosofia che ha guidato Milano-Cortina 2026. L'idea, sulla carta, è sensata: ospitare i Giochi in diversi luoghi, in modo da ridurre la costruzione di nuove infrastrutture, sfruttando quelle già esistenti, e diminuire così anche l'impatto ambientale ed economico dell'evento. Le tre città e tre regioni coinvolte, Lombardia, Piemonte e Liguria, con i rispettivi capoluoghi, hanno già ospitato le Olimpiadi invernali: Torino nel 2006 e Milano a febbraio 2026, e dispongono quindi di una parte delle strutture sportive già utilizzabili.
Il CIO, del resto, spinge in questa direzione. Ha descritto l'edizione invernale appena conclusa come la prima davvero diffusa della storia, sottolineando che undici sedi di gara su tredici erano esistenti o temporanee e che circa l'85 per cento delle infrastrutture di competizione era già disponibile. Il problema, però, è che il modello "diffuso" di Milano-Cortina ha funzionato solo parzialmente. Come ha già scritto Il Post, «alla fine sono state comunque costruite infrastrutture costose e molto contestate sul piano ambientale, come la pista da bob o la cabinovia di Cortina, che non è stata completata per tempo».


Il nodo che questa nuova candidatura si porta dietro è esattamente questo: la distanza abissale tra le promesse e la realtà delle grandi opere in Italia.
Quando nel giugno 2019 Thomas Bach annunciò «And the host is… Milano-Cortina!», il dossier parlava di Olimpiadi sostenibili, economicamente virtuose, a basso impatto. Poi sono arrivati i conti veri. Le principali infrastrutture promesse si sono rivelate realizzabili solo con anni di ritardo e costi raddoppiati rispetto ai piani iniziali. Su 98 opere totali, finanziate con circa 4 miliardi di euro, la maggioranza, per un valore di 3 miliardi, è rimasta incompiuta. A ridosso dell'inizio dei Giochi, appena il 16,3% degli interventi risultava completato e oltre l'80% era ancora in corso o non cantierizzato.
Il paradosso è evidente: alcune opere già contrattualizzate verranno consegnate anni dopo la chiusura dei Giochi. Per capire perché, basta guardare al meccanismo strutturale che governa le grandi opere pubbliche italiane. Un'opera pubblica attraversa decine di enti prima del primo scavo. Il ricorso sistematico al "Commissario", in Italia l'ordinario viene gestito come emergenza, e un Codice Appalti instabile, cambiato più volte nell'arco di dieci anni, producono incertezza giuridica, rallentamenti, contenziosi e cantieri che partono con una legge e finiscono con un'altra.
Non è colpa delle singole amministrazioni. È un problema di sistema, antico e irrisolto. Ma il problema di sistema non sparisce per decreto olimpico. Gli investimenti per Milano-Cortina hanno già superato i 3,5 miliardi di euro, con un aumento del 4,6% rispetto alle previsioni iniziali. La pista da bob comporta una perdita preventivata di quasi 700mila euro all'anno, circa 14 milioni di euro a carico del Comune di Cortina d'Ampezzo nei prossimi vent'anni. E non è tutto: tra le 48 società raggiunte da provvedimenti interdittivi per infiltrazioni della criminalità organizzata, sei avevano manifestato interesse a partecipare ai lavori delle Olimpiadi, e una era stata effettivamente trovata a lavorare nei cantieri.


Il progetto del triangolo olimpico ha una sua logica, e non è detto che sia sbagliato. Non ci sono candidature europee ufficializzate per il 2036: tra le potenziali rivali ci sono Doha o Riyad (prima della crisi in Medio Oriente), l'India con Ahmedabad, Istanbul, Budapest e Santiago del Cile, in difficoltà finanziaria. Lo spazio per presentarsi c'è. L'idea di un sistema territoriale integrato tra tre grandi città, con esperienze olimpiche già alle spalle, infrastrutture parzialmente disponibili e una vocazione internazionale consolidata, è tutt'altro che peregrina.
La candidatura ha anche il pregio politico di essere bipartisan: tre sindaci di centrosinistra, Sala, Lo Russo, Salis, e tre presidenti di regione di centrodestra, Fontana, Cirio, Bucci, la firmano insieme. In tempi di divisioni così aspre, non è poco.
E tuttavia c'è qualcosa che stona, nel tempismo di questo annuncio. Qualcosa che ha il sapore della risposta emotiva più che della programmazione ragionata. I cantieri di Milano-Cortina sono ancora aperti. La legacy di quei Giochi, che il comunicato ufficiale del Nord-Ovest cita come modello da replicare, non è ancora stata misurata. Molte opere strategiche, inizialmente inserite nel dossier olimpico come essenziali, sono state riclassificate come "legacy a lungo termine" a causa di ritardi burocratici e criticità geologiche, con un orizzonte che si sposta fino al 2033.
C'è una tentazione italiana, antica quanto i romani, di usare i grandi eventi come paravento: per ottenere finanziamenti, per accelerare procedure, per galvanizzare l'opinione pubblica. Le Olimpiadi come giustificazione di ciò che non si riesce a fare nei tempi ordinari. Ma finché non cambieremo il modo in cui progettiamo, autorizziamo e governiamo le opere pubbliche, continueremo a chiamare legacy ciò che, in realtà, è solo un ritardo rimandato al prossimo evento.


Il vero banco di prova di questa candidatura non sarà la conferenza stampa, né il comunicato a sei firme. Sarà la capacità di rispondere a una domanda molto semplice, che i cittadini di Cortina, di Sondrio, di Longarone si fanno da anni: a cosa servono le Olimpiadi, se le strade che promettono non le costruiscono mai?
Silvia Salis, che ha vinto medaglie e respirato l’atmosfera olimpica lanciando un martello, conosce bene la differenza tra la traiettoria bella e quella che arriva al bersaglio. Anche per i Giochi, la questione è tutta lì.



