La storia di Roberta Picchi, 34 anni, attaccante della sezione femminile del Como calcio, contiene insieme una cattiva notizia, la diagnosi di un tumore al seno, e una buona notizia, la decisione della società di rinnovarle fino al 2028 il contratto in scadenza.

La società nel chiedere rispetto e riservatezza ha comunicato contestualmente entrambe le cose, con queste parole: «Roberta intraprenderà ora un percorso terapeutico, supportata dallo staff medico del club, che affiancherà le equipe specialistiche che hanno in carico il percorso di terapie. Nell'ambito di questo impegno, il club ha rinnovato il contratto di Roberta fino alla fine della stagione 2027/28».

A lei il 9 settembre in avvio della conferenza stampa pre-partita in occasione di Como-Lipsia in Champions League ha voluto mandarle un abbraccio Cesc Fabregas, tecnico dei colleghi maschi di Como 1907: «Prima di rispondere alle domande», ha detto in avvio, «mi piacerebbe mandare un messaggio di tantissima forza a Roberta Picchi, perché sento che noi siamo una famiglia e volevo mandarle un grande abbraccio da parte di tutti noi».

Non sempre le cose vanno in questo modo, uno studio condotto con PROFFIT (Patient Reported Outcome for Fighting Financial Toxicity) e presentato a Roma il 7 novembre 2025, al XXVII Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica, ha calcolato che in Italia «il 16% delle donne e il 15% degli uomini colpiti dal cancro ha dovuto abbandonare il lavoro, a seguito della diagnosi. L’uscita dal mondo produttivo implica gravi conseguenze, finora poco misurate e approfondite. E ogni paziente oncologico paga di tasca propria oltre 1.800 euro all’anno, per coprire spese che vanno dai trasporti per raggiungere il luogo di cura, ai costi di integratori, farmaci supplementari e visite specialistiche».

Solo il tempo dirà se questo dato sarà migliorato dall’entrata in vigore il primo gennaio 2026 della legge 106/2025, cosiddetta salva-lavoro, che, votata trasversalmente da maggioranza e opposizione, prevede che i lavoratori dipendenti affetti da malattie oncologiche (o comunque invalidanti, croniche o rare), con un grado di invalidità pari o superiore al 74% possano richiedere un periodo di congedo non superiore a 24 mesi, “pausa” continuativa o frazionata durante la quale il lavoratore, avrà garanzia di conservare il proprio posto, anche se senza stipendio (non potendo svolgere alcuna altra attività lavorativa). Si tratta spiega il sito dell’Airc: «di un cambiamento importante, perché in passato alcuni lavoratori sono stati licenziati allo scadere dei 6 mesi, previsti quale limite di assenza massima (in gergo chiamato comporto) finora in vigore per la conservazione del posto di lavoro».

Ma ovviamente tutto questo non riguarda per la natura del rapporto di lavoro i contratti a tempo indeterminato, che cessano, con le relative indennità, – salvo la decisione come è stato il caso della calciatrice di rinnovarlo – alla naturale scadenza anche se il lavoratore è in malattia. Se ne ricava, la prevedibile conseguenza che la precarietà intrinseca avvertita nella malattia e la cosiddetta tossicità finanziaria, l’impatto della malattia sullo stato economico delle persone malate e dei loro familiari che spesso finisce per incidere anche sullo stato di salute, insistano maggiormente sui lavoratori precari e sulle categorie più fragili e meno tutelate, senza contare la cifra occulta dei lavoratori irregolari che sfuggono alle statistiche.

Si spera che la storia di Roberta Picchi e del bell’esempio del suo contratto rinnovato possa servire almeno ad attirare l’attenzione su un tema delicato di cui si parla pochissimo.