«Le armi sono lo strumento peggiore per combattere Israele». Ne è convinto Ali al Amine, direttore responsabile del sito di informazione "Janoubia.com", fondato nel 2011 come piattaforma mediatica “meridionale” per veicolare, spiega il giornalista, «valori come i diritti umani, la democrazia e la convivenza pacifica». Una voce critica verso Hezbollah, la sua, come quella di tutta la delegazione portata a Roma su iniziativa del Centro italo-libanese di studi strategici “Cosmo” (diretto da Bernard Selvan El-Khoury), dell'Università Luiss e della Fondazione Med-Or, per una serie di colloqui politici, religiosi e con la stampa. Al Amine, con lo sceicco in esilio Muhammad al-Amili, imam a Parigi del centro al-Khoei, con il presidente della Coalizione democratica libanese, Jad al-Akhaoui, e con Wajih Kanso, professore di filosofia all'università dei gesuiti, Saint Joseph, di Beirut hanno spiegato che «noi non avremmo mai voluto entrare in contrasto con Hezbollah. Non abbiamo nessun problema con Hezbollah. Il problema è che Hezbollah non accetta non soltanto che ci siano voci critiche all'interno della comunità sciita, ma non accetta che ci possano essere voci alternative a lui all'interno della stessa comunità». Dal 1992 a oggi i deputati di Hezbollah e di Amal – considerati un’unica entità politica – non sono mai cambiati a differenza degli altri partiti confessionali e delle altre comunità. «Avremmo anche potuto accettare che Hezbollah usasse metodi non democratici per impedire un ricambio nella sua leadership», aggiunge la delegazione, «ma a patto che il suo programma fosse finalizzato al rafforzamento dello Stato libanese. Invece, Hezbollah ha sempre cercato di fare in modo che lo Stato libanese continuasse a essere debole, per potersi presentare come l'unica alternativa in grado di provvedere a ciò che lo Stato dovrebbe garantire».

Tra il 2008 e il 2018, è la denuncia, «Hezbollah ha veramente preso il totale controllo dell'autorità in Libano e di tutte le istituzioni. C'è stato il picco delle attività illecite, come il contrabbando, la corruzione e il picco il traffico di captagon, la droga della Jihad. Questo periodo si è concluso con il collasso del sistema bancario libanese, che poi ha dato il via alla crisi economica del Paese, che continua fino ad oggi con la svalutazione della lira: da un rapporto di 1.500 lire libanesi per un dollaro, siamo passati a 90.000 lire libanesi per un dollaro».

In questo scenario è prioritario sostenere gli sforzi delle autorità libanesi per «ripristinare la sovranità dello Stato ostaggio da troppo tempo di attori filo-iraniani che hanno finito per portare la guerra nel nostro Paese».

A pochi mesi dalla scadenza del mandato Unifil, prevista per il 31 dicembre, la delegazione chiede che il Paese non sia lasciato solo. «Occorre una presenza che renda credibile il ritiro di Israele, che aiuti il rafforzamento dello Stato libanese ed eserciti il controllo sui confini del Sud». Un ruolo importante potrebbe svolgerlo proprio l’Italia. «La presenza di militari italiani» spiega il professor Kanso, «non è sostitutiva delle Forze armate libanesi, ma dovrebbe servire per potenziare mezzi, tecnologia, addestramento. Il disarmo di Hezbollah non può essere imposto dall’esterno, deve passare per un rafforzamento dello Stato libanese che renda possibile, un giorno, il monopolio legittimo della forza».
Per Kanso la soluzione migliore sarebbe non dismettere Unifil, ma «darle maggiore autorità in Libano». Oggi, ha spiegato, Hezbollah compie «azioni astute e l’Onu le vede, ma non può intervenire perché il capitolo VI della Carta Onu consente l’uso della forza solo in autodifesa». Non si tratta di disarmare Hezbollah, ma di riuscire a verificare efficacemente l’attuazione di un eventuale accordo. «Quando Israele si ritirerà dai villaggi e l’esercito libanese prenderà posizione, una forza straniera credibile dovrebbe attestare che l’area è libera dalle armi di Hezbollah. Se non ci sarà Unifil una delle forze idonee a svolgere questo compito è l’Italia», sostiene la delegazione. «Non si tratta di combattere, ma di certificare. Con un meccanismo pensato per rassicurare Israele, gli americani e una parte dei libanesi. Il problema però è che senza un accordo politico preventivo, nessuna verifica è possibile».
Per questo occorre prima «costruire un accordo diplomatico del quale l’Italia e gli Stati Uniti dovrebbero essere garanti. La sequenza è importante. Prima la politica, poi la sicurezza. Non il contrario». Anche se, dice scettica la delegazione, «abbiamo dei dubbi sulle reali intenzioni di pace di Israele». E «temiamo anche che l’Iran continui a non riconoscere la nostra sovranità continuando a sostenere milizie senza il permesso di Beirut o dei libanesi. In questo modo il nostro Paese, prima noto come la Svizzera del Medio Oriente, diventi sempre più terra di nessuno».

Inoltre, sottolinea la delegazione con el parole di Jad al Akhaoui, «va chiarito che Hezbollah non rappresenta tutti gli sciiti in Libano. Gli sciiti vengono presentati in tutto il mondo come se fossero tutti Hezbollah, ma non è così. Hezbollah rappresenta meno del 50 per cento degli sciiti. E noi siamo parte di quella comunità che vuole vivere sotto l’ombrello dello Stato libanese. Negli ultimi mesi sempre di più stiamo facendo sentire la nostra voce e stiamo chiedendo che le forze armate regolari prendano il potere. Una posizione che prima non era mai stata così chiara. Vogliamo vivere in pace, tornare nelle nostre case, poter parlare liberamente, esercitare i nostri diritti».