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Roberto Mancini tornato Ct dell'Italia con la maglia azzurra
Non dev’essere stato facile per Roberto Mancini presentarsi ai microfoni, ai giornalisti, all’Italia mettendo su l’espressione di circostanza adatta a farsi perdonare l’infelicissima uscita di scena di tre anni fa: preparare certi discorsi è una salita impervia per chiunque, figuriamoci per un professionista in un ruolo super pubblico che ha bisogno come il pane della credibilità: se alleni chi ti chiama si deve fidare, quelli che metti in campo ti devono seguire, quelli che fanno il tifo per la tua maglia ti devono credere.
A costo di passare per cinici, sano realismo avrebbe suggerito di essere onesti all’osso; di metterla sul piano del professionismo, del business is business, delle offerte che non si possono rifiutare (molti di quelli che giudicano, non essendo stati al suo posto non sanno come avrebbero agito davanti a certe cifre...), salvo magari pentirsene a posteriori; di limitarsi a scuse pubbliche per il modo che ancor offende, ma di tenersi a distanza di sicurezza anche soltanto dalla retorica sull’attaccamento alla maglia, perché avrebbe avuto in partenza sentore di bugia con le gambe corte. Andare oltre, metterla sul piano della metafora amorosa, «Se perdi la donna della tua vita hai sbagliato», è stata nella migliore delle ipotesi una buccia di banana sulla buccia di banana.
Se lo lasci dire, caro Mancini, se l’Italia fosse stata una donna innamorata, lasciata per una più giovane e oltre dieci volte più ricca con una pec da Mykonos a Ferragosto senza neanche il coraggio di un confronto faccia a faccia, difficilmente si sarebbe ripresa il fedifrago tornato con la scusa dell’innamorato che ha sbagliato.
Per sua fortuna l’Italia non è una donna, ma il suo datore di lavoro che, giusto o sbagliato che sia, a proprio rischio, ora le dà una seconda chance, perché sta calcolando, come lei del resto, una reciproca convenienza: all’Italia serve un Ct capace e lei lo è, a lei serve un nuovo inizio dopo una brutta figura e una parentesi in un parcheggio dorato fuori dal calcio che conta, mentre ora l’azzurro è l’occasione per dimostrare di aver conservato la professionalità e imparato la lezione: se l’Italia andasse agli Europei e li giocasse all’altezza del suo blasone, tutti potranno dire che la scelta, pragmatica magari e poco romantica, sarà stata per tutti giusta.
Il romanticismo sul lavoro, del resto, non è richiesto e in questo caso suonerebbe anzi posticcio. Si accontenti di rispettare il contratto, di metterci il massimo dell’impegno, se crede anche il di più della sua passione professionale, le basterà per onorare la maglia azzurra e, forse, se verrà un buon risultato, tutto il passato le sarà perdonato e il pasticciaccio di tre anni fa sarà dimenticato. Ma lasci stare, per carità di patria, questa metafora a sproposito della maglia azzurra come donna della vita, nel suo caso è uno specchio insaponato sul quale non sembra il caso di avventurarsi.



