Ci sono strade che si percorrono con le gambe, e strade che si percorrono con l’anima. Alex Schwazer le conosce entrambe. Le conosce nel modo in cui si conosce il dolore, che è diverso dal saperlo a memoria: lo si porta nel corpo, nei tendini, nella pianta dei piedi che hanno battuto l’asfalto milioni di volte, nell’orgoglio ammaccato e rimasto lì, ostinato come un sasso in mezzo al campo. L’8 marzo 2026, a quarantuno anni, Alex Schwazer tornerà a marciare in una gara ufficiale. Sarà la mezza maratona ai Campionati Italiani Assoluti, ventuno chilometri e novantasette metri, quelli che si contano uno a uno quando le gambe bruciano e la testa vorrebbe fermarsi. Ma lui non si fermerà. Non lo ha mai fatto davvero, nemmeno quando tutto sembrava finito.

Bisogna ricordare chi era Alex Schwazer, prima di tutto il resto. Era il ragazzo di Calice, in Alto Adige, cresciuto a pane e montagna, silenzioso come sanno essere silenziosi quelli che vengono dalle valli. Aveva un passo lungo, regolare, quasi ipnotico, e un motore dentro che non si capiva bene da dove venisse. Alle Olimpiadi di Pechino, nel 2008, aveva vinto l’oro nella marcia dei cinquanta chilometri. Non una passeggiata. Cinquanta chilometri sotto il sole cinese, col mondo che guardava. Aveva ventitre anni e tutto davanti. Poi era arrivato il buio.

Un'immagine di Alex Schwazer disperato durante la conferenza stampa a Bolzano il 08 agosto 2012. ANSA/RICCARDO VALLETTI
Un'immagine di Alex Schwazer disperato durante la conferenza stampa a Bolzano il 08 agosto 2012. ANSA/RICCARDO VALLETTI
Un'immagine di Alex Schwazer disperato durante la conferenza stampa a Bolzano il 08 agosto 2012.ANSA/RICCARDO VALLETTI (ANSA)

Il doping, nel 2012, prima delle Olimpiadi di Londra. Una squalifica di tre anni, la vergogna pubblica, il crollo. Le cose si possono dire con le parole giuste oppure con quelle sbagliate, ma in fondo la sostanza non cambia: aveva sbagliato, lo aveva ammesso, aveva pianto in televisione davanti a tutti. C’è una certa solitudine in chi cade sotto i riflettori. La caduta è uguale a quella di chiunque altro, ma lo sguardo del mondo la trasforma in qualcosa di diverso, di più pesante. Schwazer aveva imparato a portare quel peso. Aveva cominciato a rialzarsi.

E qui la storia, che sembrava già abbastanza complicata, diventava qualcosa di diverso. Qualcosa che non si legge spesso nelle cronache sportive, perché le cronache sportive vogliono i vincitori e i perdenti, i buoni e i cattivi, e la realtà raramente si lascia ridurre a questo. Nel febbraio del 2016, a pochi mesi dalle Olimpiadi di Rio, Schwazer era risultato positivo a un controllo antidoping. Steroidi anabolizzanti. Una quantità enorme, inspiegabile. Lui aveva giurato di essere innocente. Nessuno, o quasi, lo aveva creduto. La squalifica era di otto anni. Rio era finita. La carriera, sembrava, era finita.

Ma la verità è una cosa strana. Ha il vizio di non stare ferma, di muoversi, di riaffiorare anche quando qualcuno ha fatto di tutto per tenerla sott’acqua. Il Tribunale di Bolzano, al termine di un’istruttoria lunga e dolorosa, ha stabilito ciò che Schwazer aveva sempre sostenuto: il campione era stato incastrato. Il campione di sangue analizzato era stato manomesso. Qualcuno, in quel sistema che avrebbe dovuto garantire la pulizia dello sport, aveva fatto il contrario. La sentenza ha il sapore amaro delle cose che arrivano troppo tardi, ma ha anche il peso specifico della giustizia: non è poco, in un mondo che troppo spesso la giustizia la confonde con la velocità.

In questi anni, accanto a lui, c’era anche don Luigi Ciotti con Libera. Non è un dettaglio trascurabile. Don Ciotti è uno che ha dedicato la vita a stare dalla parte di chi non ha voce, a credere che la legalità non sia un’astrazione ma una pratica quotidiana, faticosa, necessaria. La sua presenza in questa vicenda dice qualcosa di importante: che la battaglia di Schwazer non era solo la battaglia di un atleta per il proprio onore, ma la battaglia di un uomo per la verità. E la verità, ce lo insegna l’esperienza e lo sport stesso, ha un costo. Si paga con anni, con solitudine, con la fatica di continuare a credere quando tutto sembra perduto.

Ci si può chiedere cosa abbia fatto Schwazer in tutti questi anni. Ha allenato, ha aspettato, ha sperato. Ha continuato a mettere un piede davanti all’altro, nel senso letterale e in quello figurato. C’è qualcosa di profondamente cristiano in questa ostinazione, anche se probabilmente lui non lo direbbe in questi termini. C’è la pazienza di Giobbe, che non smette di essere giusto anche quando il mondo sembra essersi girato dall’altra parte. C’è la tenacia di chi sa che il tempo, alla fine, è dalla parte di chi dice la verità. Anche quando bisogna aspettarlo otto anni.

Quarantuno anni. C’è chi a quarantuno anni ha già smesso di correre da un pezzo, chi ha messo su famiglia e pancia e ricorda i tempi dello sport come si ricordano le estati dell’infanzia: con nostalgia e un po’ di incredulito. Schwazer a quarantuno anni torna a competere. Non per dimostrare qualcosa, o almeno non solo. Torna perché la marcia è la sua lingua madre, il modo in cui il suo corpo conosce il mondo. Torna perché l’alternativa, non tornare, avrebbe significato dare ragione a chi lo aveva voluto fuori. E lui, evidentemente, non ci pensa neanche.

La mezza maratona di marcia non è la gara più gloriosa del calendario atletico. Non c’è l’oro olimpico in palio, non ci sono telecamere del mondo puntate addosso. Ma c’è qualcosa di più raro e prezioso: c’è un uomo che torna a fare ciò che ama, dopo che qualcuno glielo aveva strappato ingiustamente di mano. C’è un atleta che non ha lasciato vincere l’ingiustizia, che ha portato avanti la sua battaglia per anni, silenziosamente, un passo alla volta, esattamente come si fa in marcia.

Italian Alex Schwarzer celebrates placing third in the 50km Walk at the 10th IAAF World Championships in Athletics, Helsinki, Finland, Friday 12 August 2005. ANSA/FABRICE COFFRINI
Italian Alex Schwarzer celebrates placing third in the 50km Walk at the 10th IAAF World Championships in Athletics, Helsinki, Finland, Friday 12 August 2005. ANSA/FABRICE COFFRINI
Alex Schwarzer festeggia il terzo posto nella 50 km di marcia ai 10° Campionati mondiali di atletica leggera, Helsinki, Finlandia, venerdì 12 agosto 2005.ANSA/FABRICE COFFRINI (ANSA)

Domenica 8 marzo, Alex Schwazer metterà di nuovo i piedi su una strada di gara. Qualcuno conterà i suoi passi, qualcuno guarderà il cronometro. Ma il numero che conta davvero non è quello del tempo impiegato a coprire ventun chilometri. È un altro: otto anni. Tanti ne ha persi, tanti ne ha aspettati, tanti ne ha combattuti. Quando taglierà il traguardo, e lo taglierà, di questo si può essere certi, quel filo non sarà solo la fine di una gara. Sarà la fine di qualcosa di molto più lungo e pesante. E l’inizio, finalmente, di qualcosa di nuovo.