“Papa Francesco è una personalità che merita tutta la nostra attenzione. Sono sempre molto attento al suo magistero, come in passato ero rimasto colpito da papa Ratzinger, che ho conosciuto personalmente. Francesco è semplice e diretto, mi sforzo anch’io di esserlo nei rapporti con i miei colleghi e con i miei dipendenti. E poi ci sono due aspetti simbolici che me lo rendono ancora più vicino: abbiamo lo stesso nome, Giorgio, e da giovane ha fatto studi di chimica, come me, che sono laureato in chimica industriale”. Il presidente di Confindustria Squinzi guiderà l’amplissima delegazioni di imprenditori che ascolteranno le parole del papa, sabato 27 febbraio in aula Nervi, per quello che hanno già definito il “Giubileo dell’industria”. L’evento è tra gli ultimi del suo mandato, in scadenza tra tre mesi. Poi tornerà a capofitto negli impegni della sua Mapei, la multinazionale di materiali industriali ed edilizi che ha sedi in tutto il mondo e che conta circa 9 mila dipendenti, di cui 2 mila in Italia.

Settemila imprenditori che ascoltano le parole di un papa: non c’è mai stato un evento simile nei 106 anni di Confindustria.

“Abbiamo pensato a questo avvenimento perché riteniamo che l’industria sia al centro della società civile e possa dare molte soluzioni per migliorare il Paese. L’occasione del Giubileo è importante per far sentire a papa Francesco la nostra voce di imprenditori e le nostre motivazioni, quelle che ogni giorno ci spingono al mestiere dell’impresa. Ed è importante quello che lui avrà da dirci e che ascolteremo, accogliendolo con umiltà. L’impresa resta al centro di tutto il sistema sociale: solo da un’impresa che prospera si possono mettere in pratica gli strumenti della solidarietà per una crescita civile”.

C’è anche un modo di esercitare la misericordia anche da parte dell’imprenditore?
“Io credo di sì. Per l’uomo la misericordia è un sentimento della coscienza molto ampio e personale. Per chi fa impresa può comprendere anche il fatto di voler mettere a disposizione risorse economiche a chi non le ha per fargli raggiungere uno standard di vita accettabile. Tutto questo rientra nella creazione di impresa e di posti di lavoro. Quello che voglio dire è che per quanto mi riguarda, anche l’impresa può essere un’opera di misericordia. Del resto, io ho dedicato tutta la mia vita alla realizzazione di nuove opere di impresa”.

Il segno distintivo del pontificato di Francesco è la lotta alla povertà e la tutela degli ultimi della terra, quelli che vivono ai margini del mercato. Tutto questo non è in contrasto con i principi liberali e spesso liberisti di voi imprenditori?

“Non vedo assolutamente alcun contrasto. Il dovere di un’impresa è quello di assicurare in maniera permanente il suo funzionamento e possibilmente la sua espansione. Solo da un’industria e un’economia competitiva si potranno avere le condizioni di cui ho parlato: crescita, occupazione, benessere, ovviamente nei limiti di un’etica imprenditoriale. Noi industriali abbiamo il dovere di reinvestire i profitti per crescere nella solidarietà. Come imprenditore io ho sempre reinvestito. Questo ci ha permesso di crescere. Mio padre aveva iniziato con 5 dipendenti. Siamo arrivati a quasi 9 mila”.

L’Europa è sempre più divisa da interessi particolaristici: i muri innalzati e le quote sui flussi migratori rischiano di cancellare lo spirito dell’Unione europea. Lei si è sempre dichiarato euopeista: stiamo per assistere alla fine dell’Europa?

“Sono stato sempre un europeista convinto. Tra le cariche che ho ricoperto in Confindustria c’è stata quella di vicepresidente per l’Europa. Ho sempre avuto un sogno, che temo di non vedere realizzato: quello degli Stati Uniti d’Europa. E’ un momento difficile, ma non dobbiamo mai dimenticare le nostre radici comuni, non è mai venuto meno lo spirito dei nostri padri fondatori. Quanto all’immigrazione, mi rifaccio a un esempio storico: il motore della crescita del Dopoguerra del nostro Paese sono stati gli immigrati che dal Sud sono saliti al Nord, soprattutto nel triangolo industriale. Questa situazione si può ripetere con gli immigrati extracomunitari. Certo, la capacità di assorbimento dell’Europa non è illimitata. Proprio per questo credo molto nell’iniziativa che, insieme ad altri imprenditori italiani, abbiamo avviato in Africa, in modo da contribuire allo sviluppo industriale autonomo e alla crescita di questo immenso Continente ricco di straordinarie potenzialità”.

 



In questi giorni il Governo e l’Europa stanno portando avanti importanti riforme del credito. Le banche hanno fatto tutto quello che andava fatto per sostenere le imprese in questi anni di crisi?

“Lei parla a un imprenditore “manufattorierocentrico” che ha sempre creduto nella produzione, senza farsi prendere da diversificazioni o avventure di acquisizioni in campo finanziario. La finanza però è importante, è la benzina da immettere nel motore della crescita. Probabilmente le banche avrebbero potuto fare di più, anche se ci sono state difficoltà specifiche, soprattutto come sostegno alle piccole e medie imprese e alle realtà territoriali”.

A proposito di realtà territoriali, che ne pensa della riforma delle banche popolari e di credito cooperativo avviata da Renzi?
“Le banche popolari sono state un importante fattore di crescita dal Dopoguerra in poi. La riforma mi piace, in fondo è un adeguamento a quelle che sono le esigenze del sistema bancario ed economico di oggi. Vedremo i risultati, comunque tutto il sistema andava svecchiato”.

Renzi sta facendo bene sul piano della politica economica? Girano da settimane voci su un suo avvicendamento con l’ennesimo governo di “tecnici”.

“Io credo che l’attuale premier stia facendo bene. Quella di un nuovo Governo di tecnici mi pare un’ipotesi davvero irrealistica. Del resto l’esperienza dei tecnici l’abbiamo già fatta e non mi pare abbia avuto risultati esaltanti. Il mio consiglio a Renzi è di andare avanti sulla strada delle riforme istituzionali, amministrative e soprattutto burocratiche. Il Paese ne ha un gran bisogno per rafforzare la ripresa economica. Abbiamo bisogno di un’interlocuzione più stretta con la politica, di una semplificazione del sistema economico, amministrativo e fiscale in tempi certi.”.

Qual è il più grande rimpianto del suo mandato? Quello di non essere riuscito a ricucire lo strappo con la Fiat-Chrysler di Marchionne?

“Quello di ricucire con Marchionne non è mai stato un obiettivo del mio mandato. D’altronde penso che queste situazioni si aggiusteranno nel tempo. Il mio mandato era finalizzato a una riforma del sistema contrattuale”.

Finora le posizioni rispetto ai sindacati, soprattutto la Cgil, sembrano distanti…

“Voglio credere che sia possibile ancora chiudere l’accordo entro i tre mesi rimanenti del mio mandato. In ogni caso la cosa più bella del mio mandato sono state le oltre 200 assemblee sul territorio.  Dovendo occuparmi a livello internazionale del mio gruppo, non conoscevo così a fondo l’Italia, ora posseggo una fotografia del Paese, soprattutto a livello locale, molto vasta, che mi porta a dire che l’Italia è un Paese straordinario”.

Lei guida una multinazionale che ha sedi in tutto il mondo. Quanto contano i valori della sua famiglia nella gestione dell’impresa? Il capitalismo familiare può essere un freno alla speculazione?

“Credo totalmente nel capitalismo familiare, così come credo nella famiglia intesa nel senso cristiano. Siamo rimasti la classica azienda familiare: ci lavorano mia moglie, mia sorella, i miei figli. Crediamo nell’azienda e nell’identità della famiglia. Noi ci consideriamo i primi impiegati del gruppo. Mio padre mi ha dato l’esempio per tutto questo. Non abbiamo diversificazioni finanziarie. Tutto quello che siamo capaci di accumulare lo abbiamo reinvestito al 100 per cento. Ho sempre inteso l’azienda come il mezzo per puntare al benessere dei nostri dipendenti: non abbiamo mai fatto un’ora di cassa integrazione, abbiamo sempre cercato di impegnarci per assicurare un’opportunità di lavoro a tutti quelli che erano con noi”.

Il Sassuolo è la sua “passionaccia” le consente di distrarsi dalle sue attività imprenditoriali?

“Il Sassuolo era nelle mie note, non è solo una “passionaccia”. Stiamo facendo bene e possiamo continuare a fare bene: abbiamo un'intelaiatura fatta di metodo e di giocatori che in questi anni hanno davvero imparato a fare squadra insieme. I valori dello sport, quelli sani e positivi, credo siano molto vicini a quelli del pensiero cristiano: dedizione, sacrificio, umiltà. Lo sport può far crescere bene i giovani. Noi abbiamo puntato ai giovani e all’italianità: Berardi, Politano, Trotta, sono promesse italiane, siamo la società più italiana del campionato. E poi acquistando il Sassuolo ho pagato un debito di riconoscenza a un distretto industriale, quello della ceramica, che mi ha dato davvero tanto. Il distretto di Sassuolo è una delle più belle storie dell’Italia che produce”.