Se non le avessero assegnato il Premio Nobel per la medicina, pochi saprebbero che Katalin Karikó è la donna che ha salvato milioni di vite umane, con un apporto decisivo e fondamentale per la messa a punto dei vaccini contro il Covid-19. Anche perché ha sempre scelto di rimanere nell’ombra: «Non sono fatta per i riflettori, preferisco rimanere nelle retrovie per dedicarmi a esperimenti che fino a 58 anni ho fatto con le mie mani e ho adorato in ogni minuto», ha dichiarato, mentre il mondo scopriva la sua storia che sembra una favola moderna, di quelle che fanno bene al cuore e confermano quel genio femminile che spesso arriva là, dove gli uomini rimangono un passo indietro. Se Katalin, con l’altro Nobel per la medicina, l’americano Drew Weissman, ha potuto perfezionare un vaccino che ha cambiato il corso della storia, lo si deve alla sua tenacia e intuizione. Anche se lei dice: «Non mi sento di avere salvato il mondo, gli eroi sono gli infermieri, i medici, le persone che hanno lavorato in prima linea quando non c’erano i vaccini». Le premesse in uno sconosciuto paesino, Kisujszallàs, dell’Ungheria comunista, dove Katalin nasce, come ricorda, «in una famiglia molto semplice e povera, non avevamo l’acqua corrente, neppure il frigorifero e la televisione, ma eravamo una famiglia felice». A 16 anni scrive sul diario scolastico: «Voglio diventare una scienziata» e, da quel momento, dedica tutte le sue forze a questo traguardo. È una delle poche ragazze ammesse alla facoltà di Biologia, dove incontra la molecola della sua vita, l’Rna messaggero, che la natura ha modellato in modo che possa portare informazioni con vari ruoli al nostro sistema immunitario.

Laureata, riesce a iniziare le sue ricerche, ma quando viene meno il contributo dell’azienda ungherese si ritrova disoccupata. Con il marito amatissimo, che sarà sempre il suo primo sostenitore, decide di andare in America, dove le hanno offerto un lavoro. Siamo nel 1985 ed è difficile uscire dall’Ungheria. Riescono a racimolare mille dollari, li nascondono nell’orsacchiotto di peluche della loro bimba di 2 anni e passano la frontiera. Negli Usa, agli inizi, nessuno crede nel valore dei suoi studi sull’Rna, nessuno risponde alla richiesta di finanziamenti, mentre lei è sicura che quella molecola, che è diventata la stella polare della sua vita, potrà un giorno guarire tante patologie. Questa prospettiva la sostiene quando non ottiene i risultati che sperava. Tutto cambia il giorno in cui incontra Weissman, all’Università di Pennsylvania. Da allora lui la affianca nella condivisa convinzione che «se avessimo salvato anche una sola persona, ne sarebbe valsa la pena». Tanta perseveranza è premiata quando la comunità scientifica americana, nel 2005, si rende conto che quella piccola molecola può essere utilizzabile per scopi di salute e che il vaccino mRna ha il vantaggio di poter essere messo a punto in modo rapidissimo. Come accadrà quando arriva il coronavirus, in soli 11 mesi, grazie alla ricerca di decenni di Katalin.Questa stupenda storia d’amore fra una scienziata e una molecola conferma come la scienza ha bisogno non solo della tecnica, ma anche di un’anima e di un cuore.