Si legge d’un fiato “La storia di mano di gomma” di Antonio Anastasi, giornalista del Quotidiano del Sud e colleaboratore di "Famiglia Cristiana". Tratta dell’ascesa e declino di Nicolino Grande Aracri, lo spietato boss di Cutro che aveva sfidato la ‘ndrangheta del Reggino. Una vicenda "shakespeariana" ambientata tra l’Emilia e il West, dove il West è la Calabria dei “banditi”, nel senso pasoliniano del termine, ovvero degli esclusi, delle vittime di un "bando sociale" che vede tanta gente privata dei suoi diritti civili più elementari (Pasolini fece un leggendario reportage proprio a Cutro, tratteggiando le figure degli abitanti  socialmente e chiamandoli appunto "banditi", innescando polemiche mai più sopite).
Un capo determinato Nicolino, detto “mano di gomma”, ma anche intelligente, visionario, intraprendente, capace di sfidare equilibri centenari della ‘Ndrangheta (quella che si radunava intorno al vecchio santuario di Polsi, oggi divenuto simbolo del riscatto della società civile) per proiettarsi nei nuovi mercati finanziari ed economici della globalizzazione.Il libro ricostruisce le relazioni del boss con imprenditori (capaci di “fatturare” milioni e milioni di euro di soldi sporchi dal nulla in modo da riciclarli ad uso del suo clan), massoni, uomini politici del “terzo livello" fino al tentativo di collaborazione con la giustizia al fine di salvare la sua famiglia dalla vendetta.

Tradizioni millenarie, come la “colonizzazione” della spietata mafia cutrese della ricca Emilia, si mescolano a sistemi sofisticati di riciclaggio legata ai mercati nazionali e internazionali. Dagli ultimi processi “emerge che persino i più grossi industriali emiliani, nonostante solide relazioni con coop rosse e istituzioni locali, andavano a braccetto con gli imprenditori di riferimento di un’organizzazione criminale che continua a disporre di enormi capitali che fanno gola anche al nord”, scrive Anastasi. L'autore, pagina dopo pagina, descrive il contesto sociale e criminale in cui si svolge la vita di “mano di gomma” fino a renderlo un paradigma di un’umanità dura a morire, quella di una ì’ndrangheta “silente, camaleontica e sempre più delocalizzata” che ammorba lo Stato di diritto e la società civile. Fino all’epilogo a sorpresa di questa storia: una storia che  vedrà protagonista il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, capace di sventare un tentativo del boss di collegarsi  ai gangli della giustizia per salvarsi. Questa vicenda, ricca di colpi di scena, raccontata come un romanzo, anche se è storia vera, come scrive Antonio Nicaso nella prefazione «va conosciuta  per capire quanto la legittimazione delle classi dirigenti sia stata determinante per l’affermazione di una genia di violenti che da soli mai e poi mai avrebbero acquisito così tanto potere da condizionare la vita e le speranze di centinaia di migliaia di persone»,