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«Sentimenti contrastanti». La popolazione vive la ricorrenza del decennale dal terremoto con uno stato d’animo in cui si mescolano emozioni diverse. Il vescovo di Rieti, monsignor Vito Piccinonna, ricorda innanzitutto la particolarità del territorio, vasto e frammentato: «Amatrice ha circa 2 mila abitanti con 69 frazioni e Accumoli circa 500 abitanti con 17 frazioni», per ricordare poi che «sembra esserci uno scarto tra le narrative sulla ricostruzione e la percezione delle persone. A fronte di quanto è stato realizzato, in corso o finanziato, la vita concreta delle persone porta a porre l’accento su quanto manca, perché ciò incide sulla vita reale più di quanto non facciano i cantieri visibili».


La ricostruzione è complessa?
«Certamente, e si confronta con una moltitudine di ostacoli. Ma, a fronte di questo, c’è rabbia per una serie di situazioni ritenute possibili, ma non realizzate, nonostante le importanti risorse destinate alla ricostruzione. Si mescolano così senso di abbandono e memorie vive. Una cappa di sfiducia verso le istituzioni e il processo di ricostruzione sembra dominare. Si avverte una situazione di “stasi” che insiste sulla vita dei cittadini, i quali continuano a chiedere responsabilità chiare, tempi verificabili e decisioni concrete».
La comunità come vive questo decennale?
«Pare vivere un misto di commemorazione emotiva e rivendicazione. Restano le testimonianze dei sopravvissuti, si onorano i morti, ma è necessario che la memoria non resti un esercizio retorico. In questo complesso di spinte contraddittorie, ciò che sembra emergere è il senso di rassegnazione. In tanti anni, per molti è cambiato poco. E per il resto, le differenze, i malumori, le gelosie, i ritardi sembrano ormai divenuti la normalità. Sotto questa scorza di pragmatismo, tuttavia, si avvertono una coesione sociale sempre più debole e l’indice delle aspettative ormai ridotto al minimo».
Quali sono le speranze per un pieno ritorno alla normalità?
«La speranza più grande la portano coloro che vivendo sul territorio e/o adoperandosi per il territorio aiutano sempre, comunque e nonostante tutto a fare comunità. La gente che abita ancora qui resta con un desiderio forte di futuro. Un desiderio provato al crogiuolo. È davvero un popolo resiliente, lodevole ma mi pare anche giusto dire che non bisogna esagerare con la resilienza. Mi auguro che la rigenerazione complessiva pensata e agita in maniera integrale possa portare i frutti attesi e non più rimandabili. Per quanto è possibile tutto deve camminare di pari passo guardando sia alle persone più anziane come anche alle più giovani e alle famiglie che hanno scommesso di restare per amore di un territorio amato senza mezze misure. È il tempo dei fatti. Le parole devono dar posto a fatti concreti».
La Chiesa come sta accanto alle persone, soprattutto le più anziane, che attendono ancora di tornare a casa?
«Non è mai venuta meno la presenza della Chiesa con marce e modalità diverse. Sin dai primi giorni dell’emergenza, anche in maniera più attiva e grazie all’aiuto economico di Caritas italiana e tanti benefattori, si è potuto fare molto. Non possiamo dimenticare il grande impegno che il mio predecessore, monsignor Domenico Pompili, ha vissuto sin dalle prime ore del sisma come per tutti gli anni in cui è stato vescovo della diocesi. Anche ora nella fase delicata e lenta della ricostruzione, sacerdoti, religiose, associazioni varie e comunità parrocchiali restano sul territorio come un presidio di speranza».
Cosa desidera come pastore?
«Desidero ringraziare questi fratelli e sorelle che con la loro vocazione e missione restano sul territorio sforzandosi di mostrare la vicinanza della Chiesa che lavora spesso nel silenzio, accanto ai più piccoli come agli anziani, coltivando speranza attraverso la presenza, la compagnia, il dialogo, l’ascolto delle lacrime, la compassione amorevole, perché non venga meno la speranza. Anche la recente ordinazione di don Zo Andry, religioso malgascio, che resterà sul territorio amatriciano assieme ad altri tre confratelli, è un segno di speranza. Compito prioritario della Chiesa è aiutare a fare comunità oltre ogni divisione e rabbia, è mettere insieme, e in questo non posso che lodare quanti quotidianamente continuano la loro missione, come anche gli uffici di Curia, specie quelli deputati per la ricostruzione delle chiese, cui spetta il compito di collaborazione con gli organismi statali, regionali e locali deputati allo stesso scopo. Anche questa è una forma di amore e di speranza».



