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Acque agitate nel mondo dell'automobile a livello mondiale: la Volkswagen nella bufera per il software truccato nel controllo delle emissioni su 11 milioni di macchine con motore diesel. La Toyota sotto i riflettori dell'anti terrorismo e dei servizi segreti per i suoi fuoristrada che sembrano essere i preferiti dall'Isis, l'esercito del Califfato che ha ormai conquistato parte dell'Iraq e della Siria e si sta espandendo un po' ovunque nel Nord Africa. Infatti, sui giornali statunitensi, che ovviamente ci vanno a nozze se possono attaccare un concorrente temibile come la casa giapponese, si sottolinea che troppi Suv Toyota sono in mano agli jihadisti.
Per questo a Washington è stata aperta un'inchiesta, che è facile immaginare abbia anche, e soprattutto, un risvolto commerciale, essendo gli Stati Uniti la patria delle "Big Three", e cioè Ford, General Motors e storicamente anche la Chrysler, oggi Fiat-Chrysler Automobiles: tre case costruttrici che da sempre hanno in gamma grossi Suv a trazione integrale capaci di competere nel Nord America, ma anche in Africa e in Asia, nel mercato dei mezzi "da lavoro" fuoristradistici con accentuate caratteristiche off-road. Dunque, il Dipartimento del Tesoro americano è alla ricerca di informazioni dalla stessa Toyota per capire come mai l'Isis abbia a disposizione così tanti Suv e Pick-up della casa automobilistica giapponese.
Va innanzitutto ricordato che da sempre la Toyota è presente sul mercato africano, soprattutto su quello del Maghreb: sono per esempio della casa giapponese - che ha sede nella medesima città di Toyota, e che oggi controlla altri marchi internazionalmente rilevanti come il brand di lusso Lexus o la Daihatsu - tre fuoristrada su quattro usati per le escursioni turistiche europee nelle zone più affascinanti del Nord Africa, come le aree desertiche del Mali, dell'Algeria o della Libia, dove sono organizzati ogni anno un gran numero di viaggi tra le dune. Poi c'è tutto il mercato dei contractor che lavorano in Libia, in Egitto, in Nigeria per le grandi opere edili: autostrade, ponti e dighe. E anche qui da decenni la Toyota è stata tra le prime a esportare automobili, ritenute molto robusti nella qualità della trazione su percorsi a bassissima aderenza e nell'affidabilità telaistica su strade ovviamente al limite della sollecitazione meccanica.
E secondo le informazioni che ha in mano il Dipartimento di Stato a Washington, e che verosimilmente arrivano dagli agenti della Cia sul territorio, l'Isis avrebbe trasformato questi Suv e Pick-up Toyota in mezzi da combattimento. «Toyota ha una politica rigorosa, che prevede di non vendere a potenziali acquirenti che possono utilizzare i veicoli per attività paramilitari o terroristiche», ha prontamente commentato Ed Lewis, direttore della Comunicazione dell'azienda giapponese nella capitale federale. «Tuttavia, è possibile che l'Isis stia usando vetture rubate o acquistate da intermediari», precisa il dirigente Toyota, «e in questo caso è sostanzialmente impossibile per qualsiasi casa automobilistica controllare come i veicoli vengano sottratti, rubati o rivenduti da terzi». La casa giapponese ha manifestato la più ampia disponibilità a collaborare con i servizi segreti presenti in Africa nelle zone ormai controllate dall'Isis. L'inchiesta del Tesoro Usa riguarda anche altre società private: è in corso un'ampia revisione sulla catena di approvvigionamento e sul flusso delle merci in Medio Oriente, incluse istituzioni finanziarie, vari produttori e aziende elettriche.
Per questo a Washington è stata aperta un'inchiesta, che è facile immaginare abbia anche, e soprattutto, un risvolto commerciale, essendo gli Stati Uniti la patria delle "Big Three", e cioè Ford, General Motors e storicamente anche la Chrysler, oggi Fiat-Chrysler Automobiles: tre case costruttrici che da sempre hanno in gamma grossi Suv a trazione integrale capaci di competere nel Nord America, ma anche in Africa e in Asia, nel mercato dei mezzi "da lavoro" fuoristradistici con accentuate caratteristiche off-road. Dunque, il Dipartimento del Tesoro americano è alla ricerca di informazioni dalla stessa Toyota per capire come mai l'Isis abbia a disposizione così tanti Suv e Pick-up della casa automobilistica giapponese.
Va innanzitutto ricordato che da sempre la Toyota è presente sul mercato africano, soprattutto su quello del Maghreb: sono per esempio della casa giapponese - che ha sede nella medesima città di Toyota, e che oggi controlla altri marchi internazionalmente rilevanti come il brand di lusso Lexus o la Daihatsu - tre fuoristrada su quattro usati per le escursioni turistiche europee nelle zone più affascinanti del Nord Africa, come le aree desertiche del Mali, dell'Algeria o della Libia, dove sono organizzati ogni anno un gran numero di viaggi tra le dune. Poi c'è tutto il mercato dei contractor che lavorano in Libia, in Egitto, in Nigeria per le grandi opere edili: autostrade, ponti e dighe. E anche qui da decenni la Toyota è stata tra le prime a esportare automobili, ritenute molto robusti nella qualità della trazione su percorsi a bassissima aderenza e nell'affidabilità telaistica su strade ovviamente al limite della sollecitazione meccanica.
E secondo le informazioni che ha in mano il Dipartimento di Stato a Washington, e che verosimilmente arrivano dagli agenti della Cia sul territorio, l'Isis avrebbe trasformato questi Suv e Pick-up Toyota in mezzi da combattimento. «Toyota ha una politica rigorosa, che prevede di non vendere a potenziali acquirenti che possono utilizzare i veicoli per attività paramilitari o terroristiche», ha prontamente commentato Ed Lewis, direttore della Comunicazione dell'azienda giapponese nella capitale federale. «Tuttavia, è possibile che l'Isis stia usando vetture rubate o acquistate da intermediari», precisa il dirigente Toyota, «e in questo caso è sostanzialmente impossibile per qualsiasi casa automobilistica controllare come i veicoli vengano sottratti, rubati o rivenduti da terzi». La casa giapponese ha manifestato la più ampia disponibilità a collaborare con i servizi segreti presenti in Africa nelle zone ormai controllate dall'Isis. L'inchiesta del Tesoro Usa riguarda anche altre società private: è in corso un'ampia revisione sulla catena di approvvigionamento e sul flusso delle merci in Medio Oriente, incluse istituzioni finanziarie, vari produttori e aziende elettriche.




