Se guardiamo i numeri con il freddo distacco di chi di numeri vive, novecento mila non è una sorpresa. È il 20 per cento in più di quello che il governo di Pedro Sánchez aveva stimato, è quasi il doppio della regolarizzazione del 2005 quando arrivarono 691.655 domande. Ma i numeri, quando accendono una luce sulla realtà umana, smettono di essere freddi: novecento mila significa novecento mila persone che vivono già in Spagna, che già lavorano in Spagna, che già hanno radici e famiglia e storie in Spagna, e che finalmente potranno dirsi: non sono invisibile. E la scadenza? Ancora due settimane. Il 30 giugno chiuderà il varco, ma per quei giorni rimane aperto il cammino verso l'ordinarietà, verso il diritto di stare dove si è scelto di restare.

La regolarizzazione straordinaria è stata lanciata il 16 aprile, con una finestra temporale ben definita fino a fine giugno. Ma bastava questa finestra per rivelare una realtà che le istituzioni avevano sottovalutato. Il governo aveva previsto fra i 500 e i 750 mila richiedenti; i sondaggi più ottimisti delle ong parlavano di 840 mila. Sono arrivati 900 mila. Anzi, due settimane prima della scadenza erano già 900 mila, il che significa che la cifra finale potrebbe toccare facilmente il milione. Non è sbaglio amministrativo, non è sovrastima. È la misura esatta di quanto fosse grande il bisogno di ordine, di diritti, di dignità fra centinaia di migliaia di persone che già vivevano in clandestinità economica e sociale, spesso in clandestinità occupazionale nel senso più letterale: lavoravano, pagavano contributi, erano inserite nei sistemi economici del paese, ma in ombra.

Pedro Sánchez, premier spagnolo
Pedro Sánchez, premier spagnolo
Pedro Sánchez, premier spagnolo

Torniamo ai numeri, ma questa volta con gli occhi giusti. Delle 900 mila domande, 360 mila hanno già ottenuto la comunicazione di accettazione, che autorizza da subito a risiedere e lavorare legalmente. Per il governo, ogni persona regolarizzata genererà fra 3.300 e 4.000 euro di beneficio fiscale netto all'anno. Ma questi non sono numeri astratti: sono le trattenute che cominciano a farsi legittime, sono i contratti che smettono di essere in nero, sono i medici di famiglia che non richiedono più lo sguardo furtivo all'ufficiale di polizia. Ad aprile, nei giorni iniziali della regolarizzazione, Madrid aveva registrato code agli sportelli che riempivano le vie. Problemi logistici, certificati di vulnerabilità impossibili da ottenere in tempo, numero di previdenza sociale consegnati con ritardi snervanti. Ma il sistema ha retto, si è normalizzato. Questo è importante notarlo: l'amministrazione ha imparato dal suo caos iniziale.

La maggioranza di chi ha presentato domanda viene da paesi dell'America Latina di lingua spagnola. Per loro il percorso verso la cittadinanza è accelerato: bastano due anni di residenza legale. Con la regolarizzazione, hanno per almeno un anno una autorizzazione rinnovabile per almeno un altro anno. Sono persone entrate regolarmente, con visto turistico, poi rimaste perché la realtà del paese aveva catturato i loro progetti. O perché il lavoro nel loro paese non c'era, o perché la violenza avanzava. E qui avevano trovato comunità, reti, spazi dove la loro fatica aveva un senso. Adesso quel senso diventa legale, ufficiale, riconosciuto.

Reuters
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La Spagna è diventata, quasi contro le attese dell'Europa, il volano economico del continente. Dal 2020 ha generato un quarto dei nuovi posti di lavoro in tutta l'Unione Europea. La sua economia cresce tre, quattro volte più di Francia, Germania, Italia. I migranti rappresentano il 15 per cento del totale dei lavoratori spagnoli. Non sono un peso: sono una struttura che regge. A maggio il paese ha registrato il record storico di 3,36 milioni di lavoratori stranieri, con un incremento di 111 mila unità in un mese. Ogni cifra della regolarizzazione aggiungerà slancio a questi numeri.

Eppure la realtà politica è divisa. Il Partito Popolare di centrodestra, che inizialmente non si era opposto, ha spostato la sua posizione verso destra progressivamente, e nelle regioni dove governa insieme all'estrema destra ha approvato misure di « priorità nazionale » che favoriscono gli spagnoli nell'accesso ai servizi pubblici. È il costo politico della regolarizzazione: riaprire il tema migratorio in un'Europa dove la destra sta guadagnando terreno. C'è anche il tema della casa. Gli ultimi dieci anni hanno visto i prezzi dei immobili nelle grandi città crescere del 48 per cento, gli affitti del 39 per cento negli ultimi cinque anni.

Più persone significa più pressione sui mercati abitativi già sotto stress. È una preoccupazione legittima anche se, come sempre accade, non guarda al fatto che sono le politiche di alloggi a determinare davvero l'emergenza abitativa, non le persone che cercano un tetto.

Ma la regolarizzazione rimane uno dei grandi atti di un governo che ha scelto una strada diversa da quella della fortezza Europa. L'ha scelto nel 2005 Zapatero, l'ha scelta Sánchez ora. È una strada che dice: queste persone già vivono qui, hanno già valore, hanno già diritti, solo che il diritto deve ratificare la realtà. Questo è quello che 900 mila domande stanno dicendo.

Che il bisogno di ordine, di dignità, di appartenenza è più grande di quello che le istituzioni immaginavano. Che le persone preferiscono di gran lunga vivere alla luce piuttosto che nell'ombra. E che novecento mila non è un numero, è una marea.