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C’è un momento preciso in cui la guerra smette di essere un rumore di fondo per la capitale del paese che quel conflitto l’ha voluto e promosso, una contabilità distante di fango e trincee nei bollettini della sera, e si fa presenza fisica, odore di bruciato, fumo nero che cancella l'orizzonte. Quel momento si è materializzato all'alba di oggi nel cielo di Mosca. Per la seconda volta in appena tre giorni, i droni ucraini hanno bucato le difese della Federazione Russa, colpendo al cuore una delle più importanti raffinerie di petrolio della regione della capitale, a oltre cinquecento chilometri dal confine. Le agenzie internazionali, Reuters in testa, descrivono cinquantadue velivoli intercettati o abbattuti, lo stop forzato ai voli civili negli scali di Domodedovo e Sheremetyevo, le colonne di fumo visibili dai quartieri residenziali e il panico silenzioso di una metropoli che si riscopre improvvisamente vulnerabile.


Nello stile freddo delle veline militari si parla di "obiettivi strategici degradati". Ma dietro l'acciaio contorto delle cisterne di petrolio Rosneft in fiamme c'è una faglia psicologica che si allarga. Per anni il Cremlino ha venduto alla sua popolazione l’illusione di una "operazione speciale" chirurgica, un dramma da consumare sui teleschermi mentre la vita nelle caffetterie moscovite scorreva intatta. Oggi lo specchio si è rotto. La guerra torna indietro lungo gli stessi binari da cui era partita, ricordando che nessuno può dirsi al sicuro se la casa del vicino brucia.
Volodymyr Zelensky, parlando alla nazione nelle ore successive al raid, lo ha detto senza giri di parole: «Il lungo raggio è la risposta giusta, la pressione deve spingere la Russia alla conclusione del conflitto». Non è un fatto isolato, ma l'apice di una lunga e dolorosa metamorfosi strategica che ha visto le forze ucraine passare dalla disperata difesa delle prime ore dell’invasione, nel febbraio 2022, a una complessa architettura di contrattacco a lungo raggio.


Per comprendere come si sia arrivati alle fiamme di questa mattina, bisogna riavvolgere il nastro di un’epopea fatta di sangue, terra e tecnologia. C’era l’inverno del 2022, quando Kyiv sembrava destinata a cadere in tre giorni e i cittadini riempivano le bottiglie di molotov nei cortili. Poi, la prima straordinaria controffensiva nell'autunno dello stesso anno, che liberò la regione di Kharkiv con una manovra fulminea e costrinse i russi al ritiro da Kherson, restituendo all'Ucraina la sua unica capitale regionale occupata. Quella fu la fase dell'eroismo campale.
Il 2023 e il 2024 sono stati invece gli anni del logoramento, delle trincee di fango nel Donbass, delle speranze infrante contro la "linea Surovikin" e dei ritardi drammatici nelle forniture di armi occidentali, che hanno lasciato intere città ucraine esposte ai bombardamenti sistematici contro le centrali elettriche.
Ed è proprio in quel buio, tra il freddo delle case di Kharkiv e i pianti dei bambini nei rifugi sotterranei, che è nata la strategia del 2025 e del 2026: asimmetrica, tecnologica, spietata. Non potendo competere sul numero dei soldati in una logorante guerra d'attrito frontale, Kiev ha industrializzato la produzione di droni a lungo raggio, portando l'offensiva direttamente nei nodi energetici che finanziano la macchina bellica russa. Nelle ultime settimane sono caduti sotto i colpi ucraini i depositi di Saratov, Kirov e Rostov. Fino all'epilogo di questa settimana a Mosca.


Tuttavia, il giornalismo ha il dovere di guardare oltre le mappe militari e le statistiche sull’efficienza dei droni. Se lo sguardo critico ci aiuta a decifrare la crisi profonda del potere zarista e l'incrinatura del consenso attorno a Putin, la sensibilità umana ci impone di guardare le cicatrici invisibili di questa escalation. Perché ogni cisterna di benzina che esplode a Mosca è il riflesso speculare e tragico di un condominio sventrato a Zaporizhzhia o una scuola dilaniata dalle fiamme a Kyiv. La guerra, quando si fa totale, non risparmia le anime. C'è l'anziana donna di Kyiv che da anni non dorme una notte intera, svegliata dalle sirene antiaeree; e ci sono oggi i civili russi delle periferie moscovite che guardano il cielo con il terrore che un pezzo di metallo infuocato decida il loro destino.
La contabilità umana non è mai un saldo a somma zero. Mentre le borse analizzano l'impatto dei raid sul prezzo del greggio e gli analisti della Nato calcolano i giorni di autonomia logistica rimasti alle truppe russe al fronte, resta sul campo la carne viva di due popoli intrappolati in un imbuto di violenza che sembra non avere vie d’uscita diplomatiche. L'attacco alla raffineria di Mosca non è solo una vittoria tattica per Kiev o un fallimento della contraerea del Cremlino; è il segno definitivo che la linea di confine tra il fronte e la retrovia è evaporata. La guerra è tornata a casa, nella sua forma più nuda, democratica e terribile. E finché le diplomazie taceranno, saranno i droni a scrivere i capitoli di una storia che non risparmia più nessuno.






