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La parola che risuona dal Report 2026 di Caritas Italiana non è più "emergenza". È "permacrisi". Non l'eccezione, ma la regola. Non lo strappo temporaneo nel tessuto sociale, ma il tessuto stesso che si sta disfacendo. In dieci anni, dal 2015 al 2025, il numero di persone accompagnate dalla rete Caritas è cresciuto del 48 per cento. E il 28,1 per cento di loro è seguito da almeno cinque anni. Non arrivano, chiedono, e rimangono.
Quando si legge questo numero si comprende una cosa che la politica italiana sembra avere dimenticato: la povertà non è più una questione di emergenza da gestire con bonus, misure temporanee e comunicati stampa. È diventata il paesaggio ordinario di milioni di vite. E come ogni paesaggio ordinario, rischia l'assuefazione. Il quotidiano che non scandalizza più, perché l'abbiamo imparato a respirare.
Don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, lo dice con la franchezza schietta di chi non ha bisogno di coreografie: "Siamo ancora legati a una serie di interventi spot. Non c'è una visione strutturale di lotta alla povertà. Continuiamo a essere uno dei pochi paesi in Europa a non avere una misura nazionale reale di contrasto alla povertà". E mentre parla, mentre racconta di giovani donne costrette a scegliere tra l'utenza e il pasto per il figlio, di anziani che rinunciano alle cure perché l'inflazione ha bruciato le loro piccole pensioni, di famiglie che si sgretolano non per mancanza di amore ma per mancanza di dignità materiale, si intuisce una verità politicamente scomoda: il problema non è la Caritas, che con i suoi 3.520 centri continua a fare miracoli quotidiani. Il problema è che la Caritas, la Chiesa, il terzo settore sono diventati il vero welfare pubblico di questo Paese.


Lo scandalo è questo: solo l'8 per cento di chi bussa alle porte della Caritas è contemporaneamente agganciato dai servizi pubblici. Il restante 92 per cento si muove in una sorta di cono d'ombra istituzionale, dove lo Stato è invisibile e la carità religiosa è l'unico ammortizzatore sociale rimasto. Non è un complimento. È un'accusa.
Ma i dati del Report dicono cose ancora più inquietanti. Il 78 per cento di chi si rivolge alla Caritas lo fa per carenza di reddito. Il 24 per cento ha un lavoro, un lavoro vero, non straordinario, eppure non riesce a sfamare i figli o a pagare l'affitto. Questi sono i "working poor", e in dieci anni la loro incidenza è quasi raddoppiata. Significa una cosa semplice e terribile: il lavoro in Italia non protegge più dalla miseria. Non è più il motore dell'emancipazione sociale che la Costituzione prometteva. S'è rotto.


Quando don Pagniello racconta le storie, parte da qui. Da una giovane donna che guadagna 500 euro al mese per lavoro estivo, con un bambino, senza il riconoscimento pieno del contratto, incapace di pagare le utenze. "E allora che voglio dire, continua il direttore di Caritas, il famoso bonus che si dà per un figlio non so quanto realmente incentivi le scelte concrete. Una giovane donna in queste condizioni non dice 'metto su altri figli'. Dice 'non ce la faccio'. E allora questa è la vita del paese".
C'è un'altra faccia di questa povertà, ancora più lacerata. Il 32,9 per cento di chi è accompagnato da Caritas vive solo. Persone che hanno attraversato lutti, separazioni, perdita di lavoro e non hanno trovato una rete che le sostenesse. Tra gli over 65, e qui il dato è ancora più drammatico, il numero è cresciuto del 191 per cento in dieci anni. Pensiamo a questo: una piccola pensione sociale, l'inflazione che divora ogni risparmio, i figli che se ne sono andati a cercare lavoro altrove perché il paese non offre futuro. La solitudine non è un fenomeno culturale. È il risultato diretto di politiche pubbliche assenti.


Il 52 per cento delle famiglie accompagnate dalla Caritas ha figli minori. Sono 147 mila nuclei. Bambini e ragazzi che ereditano non solo la povertà economica ma la povertà educativa, quella che chiude le porte del futuro. Proprio in un Paese devastato da un inverno demografico senza precedenti, dove i pochi bambini che nascono vengono di fatto condannati a riprodurre l'esclusione sociale dei genitori. Se la denatalità è una priorità strategica per il Governo, allora le domande che emergono dal Report sono imbarazzanti: perché le famiglie con figli restano le più vulnerabili? Perché non c'è una vera svolta strutturale a loro favore? Don Pagniello torna spesso su un concetto. "La più grande miseria del nostro paese in questo momento è questa famosa denatalità, la mancanza di politiche di servizi strutturali che accompagnano le giovani famiglie. Permettere loro di costruire con serenità il proprio futuro".
Dice che il sistema famiglia in Italia è in crisi perché i nonni non ci sono più, perché la gente emigra dai piccoli centri verso le città, e quando non ci sono servizi pubblici strutturati, allora le giovani coppie semplicemente desistono. "Non ce l'ha, non ce la faccio", dicono. E il Paese si svuota di futuro.


Ma qual è il vero appello che emerge da queste pagine del Report? Don Pagniello lo formula con lucidità: carità e giustizia devono andare insieme, non si possono separare. "Se la intendiamo come possibilità che diamo alle persone di poter continuare il proprio cammino in autonomia, altrimenti diventa una carità che rischia di far cadere le persone nell'assistenzialismo". Ecco il punto: non basta dare. Bisogna restituire dignità. Bisogna creare le condizioni perché una persona possa stare in piedi da sola.


E allora cosa fare? Don Pagniello parla di "stati generali", di una "costituente" tra lo Stato, il mondo politico, il mondo imprenditoriale e il terzo settore. Perché tutti intorno al medesimo tavolo discernessero insieme le priorità vere. Salario minimo, anzitutto. Una visione strutturale di contrasto alla povertà, non bonus sporadici. Politiche abitative serie. Politiche di natalità che non siano slogan. Un cambio culturale che spinga il Paese fuori dal sommerso, dalla tentazione di fare nero, dalla logica che divide.
"Partendo dai poveri", dice citando Papa Francesco. "Se partiamo dal basso, anche quelli che stanno su ne guadagneranno. Se partiamo dall'alto non è detto che quelli che sono alla fine della fila guadagneranno qualcosa. Proprio per la tenuta del paese, per una questione di coesione sociale, partiamo dal basso. Assicuriamo la vita dignitosa per tutti. E dopodiché ci sarà sviluppo e maggiori guadagni per chi mette a frutto i propri talenti".


C'è una speranza in questa prosa, e non è consolazione. È il richiamo a una responsabilità. La povertà non è una fatalità. Non è nemmeno una carenza di carità. È il risultato di scelte politiche. E le scelte politiche si possono cambiare. Se c'è la volontà.










