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Abbiamo assistito in questi ultimi giorni a una nuova esplosione di violenza in Terra Santa che ci ha trovati impreparati e sorpresi. Come sappiamo, la violenza in questa parte del mondo non è mai una novità, purtroppo però nelle sue modalità, nella sua estensione, nella gravità delle situazioni che si sono create è una realtà nuova, molto preoccupante e dolorosa. Abbiamo dovuto assistere con molto dolore a forme di violenza che manifestano l’odio profondo che cova nella popolazione, un odio che ha sfigurato anche ogni forma di rispetto per la dignità della persona, rispetto per sé e rispetto per gli altri.
Dev’essere chiaro che quello che abbiamo visto, l’aggressione delle famiglie, il rapimento di civili, anche di bambini, quelle orribili immagini di violenza, non sono giustificabili e devono essere condannate senza se e senza ma. È un orrore, non è questo il modo per rivendicare i propri diritti. E questo richiama anche la responsabilità di tutti i leader politici e religiosi, soprattutto, a richiamare ciascuno al rispetto dei diritti umani, della persona, al rifiuto di ogni forma di violenza: alla luce di quello che abbiamo visto, è fondamentale dare un orientamento in questo senso, assumendosi anche la responsabilità di una condanna esplicita. Va comunque richiamato anche un altro aspetto: tutti gli accordi politici, diplomatici ed economici nel Medio Oriente sono positivi, soprattutto quelli tra Israele e Paesi arabi, perché favoriscono un processo di normalizzazione che è fondamentale. Detto questo, però, nessun accordo, di nessun genere potrà essere stabile e di lungo respiro finché non sarà affrontata in maniera seria, con dignità e nel rispetto di tutti, la questione palestinese, che resta una ferita aperta nel cuore di tutto il Medio Oriente.
C’è da augurarsi che il circolo vizioso delle ritorsioni non ci trascini in una spirale sempre più profonda di violenza e di odio, ma che si torni alla ragionevolezza e che le autorità politiche siano in grado di fermare questo vortice. Non è il momento, vista la gravità dell’accaduto, di parlare di dialogo o di riconciliazione. Le ferite sono troppo aperte, bisogna attendere soprattutto che le armi cessino di parlare per poi tornare a riprendere i fili. In questo momento è importante che tutte le istanze civili e religiose, le associazioni di territorio, i movimenti, la Chiesa e tutte le varie realtà cristiane, musulmane, israeliane e palestinesi lavorino nel territorio per sostenere, aiutare, confortare, essere presenti fisicamente e spiritualmente nel dire una parola chiara contro ogni forma di violenza e richiamare alla ragionevolezza.
Ora è difficile parlare di pace, speranza o futuro. Ma è ancora più importante, proprio per quello che sta accadendo, non smettere mai di aver fiducia nell’uomo, ricominciare anche ogni volta daccapo se necessario, perché ciò che ci muove non è l’attesa di un risultato, ma il desiderio di costruire il bene nelle nostre relazioni. Dobbiamo cercare le persone che lavorano per la pace, ce ne sono e sono tante. Arriverà il momento in cui avremo bisogno di loro e insieme potremo dissodare il terreno che è stato reso arido da tanto odio e poi riseminare il seme della speranza, del bene, del bello. Per tutti: per gli israeliani e per i palestinesi. Ed è questa la missione della nostra Chiesa.




