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Generazioni di studenti lo hanno conosciuto come insegnante di religione al liceo classico Berchet di Milano, o come docente di Introduzione alla teologia all’Università Cattolica. Chi scrive lo ricorda con la sua borsa di cuoio rigonfia mentre percorre gli ambulacri dell’ateneo, apostrofando con una battuta gli allievi che incontrava sul suo cammino verso l’aula Bontadini o l’aula magna, sempre strapiene come a un concerto rock, dove teneva lezione. Altri lo hanno ascoltato ai raduni di Comunione e liberazione, il movimento che ha fondato sulle orme di Gioventù studentesca. Pochi però conoscono a fondo il suo pensiero appassionato, il suo percorso intellettuale, la sua vita privata, il suo amore per Cristo, il suo afflato per diffondere l’Annuncio. Monsignor Massimo Camisasca, vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla, seguace fin dall’adolescenza del prete di Desio e fondatore della Fraternità sacerdotale dei Missionari di San Carlo, autore di decine di volumi tra i quali una monumentale storia di Cl, colma questa lacuna con un prezioso volume (Introduzione a don Giussani, San Paolo editore) prendendo per mano il lettore e trascinandolo nell’universo del “Gius”, come veniva chiamato dai suoi giovani, per il quale ricorrono i 20 anni dalla morte (lo scorso anno è iniziata la fase diocesana di canonizzazione).
In questo saggio scrive che don Giussani ha reso la sua vita drammatica e fortunata. Perché drammatica?
«Nel senso che, come lui ci diceva, dall’incontro con il Cristo non si ha mai un momento di tranquillità. Quella tranquillità borghese, acquietata, satolla, falsamente rassicurante, che lascia il Vangelo fuori dalla porta. Ci invitava a vivere quell’incontro attraverso il quale si vivono sempre cose nuove, perché Cristo è continuamente novità e scoperta».
Che ruolo ha avuto il sacerdote di Desio nel suo percorso di sacerdote?
«Se mi sono fatto prete lo devo a lui. Grazie a lui io sono stato condotto a incontrare la letteratura, l’arte, la filosofia, la musica, ad aprirmi all’educazione, e attraverso la fondazione della Fraternità San Carlo, a girare il mondo. Anche questo è altamente drammatico, perché l’incontro con situazioni che non avevi previsto, con mondi che non conoscevi, con realtà umane che ti mettono sempre in discussione, è sempre sconvolgente».
Ricorda il suo primo incontro?
«Può sembrare incredibile ma lo avvistai la prima volta a 3 o 4 anni, durante un soggiorno dai miei nonni, nella casa milanese di Viale Montenero. Nello stesso palazzo c’era lo studio medico di mio zio, che era un tisiologo, dove si sottoponeva a schermografie un giovanissimo don Giussani per i suoi polmoni malandati (aveva avuto una forte pleurite). Ma in casa se ne parlava già. Mia mamma la domenica andava apposta nella chiesa dei santi Silvestro e Martino di viale Lazio per sentire le prediche così belle e intense, piene di citazioni di poeti, musicisti, artisti, pronunciate da quel pretino che veniva dal seminario di Venegono, nel Varesotto, per dire Messa».
Quando avvenne la conoscenza più matura?
«Ai tempi in cui facevo la quinta ginnasio al liceo classico Berchet. Lo incontravo il sabato pomeriggio nella sede di Gioventù studentesca in via Statuto, di cui divenni in seguito il responsabile diocesano. Io desideravo vivere come viveva lui, con quella libertà e quella disponibilità che vedevo in lui. Poi lo ebbi come insegnante di religione l’anno successivo, in prima liceo».
L’ora di religione viene considerata ancora oggi un’ora di serie B.
«Per lui era inconcepibile. Non voleva vedere sui banchi libri di altre materie. Era sempre coinvolgente, anche attraverso la lavagna. Il primo anno ci fece riflettere sull’apertura che la ragione deve avere per essere coerente con sé stessa, premessa al senso religioso, titolo del suo libro più famoso. Il secondo anno ci portò in gita in Palestina per conoscere a fondo quella che lui chiamava la pretesa di Cristo, ovvero l’invito che Gesù faceva a seguirlo come strada di verità, salvezza epienezza di vita. L’anno della maturità ci parlava della Chiesa e dell’umanità nuova che nasce dalla partecipazione comunitaria».
Come reagivano gli studenti?
«Erano coinvolti, provocati, commossi. Ricordo una delle lezioni più appassionanti e commeventi: ci parlò della figlia del filosofo Mounier, affetta da encefalita letargica, che lui voleva sempre a capotavola a pranzo, come fosse la padrona di casa, la regina».
La pietra angolare…
«Cristo, diceva, ci chiede di essere portatori dell’umano in tutte le sue valenze, in tutte le sue fragilità. Ci indicava la profondità della vita cristiana in termini dell’accoglienza del Mistero, che può toccarci anche attraverso la malattia. Mi viene in mente proprio nei giorni in cui la Regione Toscana ha approvato la legge sul suicidio assistito».
Com’era nel privato?
«Assetato di vita. In seminario giocava a pallone con i suoi coetanei. Da bnuon brianzolo era interista. Un girono che venen a farci supplenza per attirare l’attenzione scrisse sull lavagna “Viva Inter”. Amava tantissimo mangiare e bere, anche se non l’ho mai visto alticcio. Certamente interpretava la sua adesione al cristianesimo come gioia e gusto della vita, anche da gourmet. Da buon brianzolo, adorava la cassouela, che ordinava in una delle sue trattorie preferite, il Laghet, di fronte all’Abbazia di Chiaravalle. Con il futuro arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi, milanese doc, si divertivano a guirare i ristoranti regionali della città, tra mangiate ed epiche conversazioni».
Che avrebbe detto don Giussani oggi di fronte ai problemi della Chiesa attuale?
«Avrebbe detto di lasciar perdere di tutto ciò che sa di passato, a cominciare dalla grandezza delle istituzioni e occupatevi di ciò che dà speranza».




