Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
giovedì 20 giugno 2024
 

Ascensione del Signore (anno B) - 12 maggio 2024

Inviati ad annunciare la pienezza di Cristo

 

[In quel tempo, Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.

Marco 16,15-16

 

Il Mistero dell’Ascensione, grande solennità della Chiesa che si colloca, secondo le testimonianze scritturistiche, a quaranta giorni dalla Risurrezione del Signore, è al centro dell’intera liturgia di oggi: la I lettura (Atti 1) e il Vangelo (Marco 16) ci narrano l’evento storico che celebriamo e, insieme al Responsorio (Salmo 46) e alla II lettura (Efesini 4), ce ne offrono l’orizzonte teologico: può presentarsi la tentazione di vivere questo giorno come un distacco doloroso, dal momento che, con oggi, si compie il tempo storico di Gesù, Dio Figlio, che è il tempo dei Vangeli, il secondo momento della Rivelazione biblica dopo il primo momento, il tempo di Dio Padre, che si è dispiegato nell'Antico  Testamento. Questa tentazione viene da una cecità che solo Gesù può guarire: non è un caso che il Maestro, nell’epilogo del Vangelo di Marco, «rimproveri gli Undici per la loro incredulità», che è, propriamente, “cecità” e «durezza del cuore», eppure rinnovi su di loro la sua predilezione, inviandoli «in tutto il mondo per proclamare il Vangelo ad ogni creatura» e mettendo nelle loro mani i tesori della salvezza (Marco 16,14-16).

Lungi dal cedere allo scoramento della quotidianità, il salmista ci invita a cogliere la Promessa di compimento che, nonostante la fatica della sofferenza e della morte, oltre tutte le nostre infedeltà, si esprime in questa VII Domenica di Pasqua: «Battete le mani, acclamate Dio con voci di gioia»; Egli «ascende tra le acclamazioni» quale «Re di tutta la terra» (Salmo 46)! L’esegesi paolina ci fa comprendere il significato profondo di questa festa: «Che cosa significa che è asceso, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese per essere pienezza di tutte le cose. Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, o evangelisti, pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede, alla misura della pienezza di Cristo» (Efesini 4,9- 13). L’Ascensione è dunque necessaria premessa alla Pentecoste (cfr. Giovanni 16,7) per inaugurare il terzo momento della Rivelazione, il Tempo glorioso di Dio Spirito e della Chiesa, che continua «tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Matteo 20,28).

È il Cristo, nel suo Corpo umano, con i segni della Passione, che sale al Cielo, primizia della Risurrezione di tutti noi: si rinnova oggi la promessa del compimento della Pasqua di ciascuno, a immagine di Colui che «dopo la sua passione, si mostrò vivo (zònta), con molte prove, durante quaranta giorni», «apparendo, parlando, stando a tavola» (Atti1,3-4). La vita cui si fa riferimento qui è la stessa (zoè) offerta dal Buon Pastore in Giovanni 10,10, la vita nel corpo, chiamato, per la Risurrezione, all’infinito di Dio. Questa vita, data a ciascuno nel tempo, si invola nell’eterno e si lega indissolubilmente, in tutta la liturgia, con la missione: insieme a questa vita ci viene data, «fin dal grembo materno», l’unica chiamata, che viene dall’unico Battesimo, alla «pienezza di Cristo», e la specifica vocazione pensata proprio per noi (cfr. Efesini 4,11), non perché rimaniamo nostalgicamente a «guardare il Cielo» (Atti 1,11), ma perché sappiamo testimoniare quello che abbiamo visto: la Luce che ci ha liberato dalle tenebre, la Vita che ci ha strappati al nemico, l’Amore che ci ha chiamati per nome.


09 maggio 2024

Tag:
 
Pubblicità
Edicola San Paolo