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“Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname?”. Pensavano di offendere Gesù additandolo come il figlio del Falegname, ma in realtà hanno fatto a lui un grande complimento per almeno due motivi. Il primo è che il Falegname in questione è un uomo straordinario di nome Giuseppe e in tutto il Vangelo si fa fatica a trovare un uomo più affidabile di lui, capace di custodire, proteggere, rendere possibile la vita di Gesù e di Maria in un mondo che evidentemente contro di loro. Il secondo motivo sta proprio nella faccenda dell’essere Falegname, cioè di lavorare.
Il lavoro dà alle persone credibilità perché li rende capaci di contribuire con il loro possibile alla propria vita e alla vita degli altri. Il lavoro non è solo un modo per procacciarsi la sopravvivenza, ma anche per dichiarare amore verso qualcuno. Infatti, molti sono disposti ad accettare di fare lavori faticosi solo per amore di qualcuno. Penso a tanti padri, a tante madri, che fanno grandi sacrifici per i propri figli, o semplicemente per i loro congiunti.
I più fortunati sanno anche che lavorare significa esprimere se stessi, tirare fuori una parte creativa di noi, sperimentarsi attraverso cose nuove, sviluppare competenze che ci rendono più capaci. Il lavoro è materia di santità, non una maledizione a cui il genere umano è sottoposto. Ma non dobbiamo dimenticare che al lavoro sono legate anche delle sofferenze atroci, come ad esempio quelli che un lavoro non ce l’hanno e per questo soffrono e si sentono inutili, inermi, afflitti; oppure coloro che trovano la morte a causa del lavoro, trasformandolo in un’ingiustizia che si fa fatica a sopportare; o ancora il lavoro dei bambini, un delitto che grida vendetta davanti a Dio. San Giuseppe possa intercedere per questo speciale ambito della nostra vita, rendendolo una via al cielo e preservandoci da tutto ciò che cielo non è.
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