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Nella pagina del Vangelo di oggi Gesù smaschera un atteggiamento che non riguarda solo i suoi contemporanei ma anche ciascuno di noi: trasformare la fede in una semplice somma di riti, precetti e tradizioni. Se l’esperienza della fede si riduce solo ad abitudini religiose allora quando la vita si presenterà con qualcosa di serio esse non potranno salvarci perché altro non sono che puri gesti messi in atto per eludere la cosa più importante: conoscere e amare la persona di Gesù Cristo, il Figlio di Dio.
Se un digiuno, una preghiera, una tradizione religiosa perde di vista il suo fine ultimo che è essere il rapporto con Cristo, alla fine potremmo diventare esperti religiosi ma essere praticamente degli atei nel senso più esistenziale del termine, cioè vivere senza Dio. Nessuna religiosità deve prendere il posto di un rapporto vivo con Gesù. Se un precetto, anche il più lodevole, diventa più importante di Gesù stesso allora ciò significa che ci siamo ammalati di questa forma di ipocrisia denunciata da Gesù nel Vangelo attraverso le parole del profeta Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
È il cuore vicino a Lui la nostra più vera preoccupazione. Per questo mi vengono in mente tante comunità, associazioni o movimenti ecclesiali che delle volte difendono di più i loro approcci, le loro tradizioni, e le loro lodevoli abitudini fino al punto di idolatrarle, e rischiando così di relativizzare Cristo invece che relativizzare se stessi e le proprie tradizioni. In questo senso dobbiamo sempre vigilare, nessuno è immune da questo rischio.
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