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martedì 30 novembre 2021
 
50 parole ebraiche usate da Gesù Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

‘EBED: servo

Il verbo alla base di questo termine indica anche la fedeltà al Signore e il culto liturgico. L’uso che ne fa il profeta Isaia imprime una svolta nella concezione del Messia e della sofferenza.

Nella liturgia della Settimana Santa, che stiamo vivendo, un rilievo particolare hanno quattro canti incastonati nel libro del profeta Isaia: essi hanno per protagonista un misterioso «Servo del Signore» che lancia il suo messaggio di salvezza a tutti i popoli e affronta un vero e proprio calvario di sofferenze, una passione e morte che approda, però, a una glorificazione finale. Significativo in questo senso è il quarto di quei canti (Isaia 52,13-53,12) che viene proclamato nella liturgia del Venerdì Santo, così come il secondo (50,4-7) costituisce la prima lettura della Domenica di Passione.

Il termine ebraico per indicare «servo» è ‘ebed (l’apostrofo inverso indica una lettera aspirata dell’alfabeto ebraico che è di ardua pronuncia per noi occidentali), un vocabolo che è presente ben 800 volte nell’Antico Testamento (268 nella forma «Servo del Signore/Dio»). Notiamo subito che, alla base, c’è il verbo ‘abad che significa sia «servire», sia «coltivare» la terra (Genesi 2,15), sia la fedeltà al Signore, sia il culto liturgico (anche nel mondo protestante si usa talora il termine «servizio» per designare la celebrazione comunitaria).

Proprio per questa varietà di significati è facile intuire che non è corretta la riduzione della parola ‘ebed a indicare uno statuto di schiavitù; anzi, in molti casi è un titolo onorifico che denota una carica rilevante, quasi da «ministro», suppone una missione affidata da Dio. Così, sono definiti «servi del Signore» i patriarchi, Mosè, Davide, i profeti, i sacerdoti, i fedeli e tutto Israele. Ma, come si diceva, una posizione particolare è riservata al Servo del Signore cantato da Isaia, soprattutto per la svolta che imprime alla concezione del Messia e della sofferenza.

È vero che solo la nota comunità giudaica di Qumran sul Mar Morto – i cui rotoli manoscritti sono stati scoperti a partire dal 1947, là custoditi dopo la distruzione della loro sede ad opera dei Romani nel 73 d.C. – ha letto quei passi in chiave messianica. Sarà, comunque, il cristianesimo a vedere in filigrana a quei carmi il volto di Cristo, che salva non attraverso il trionfo regale, bensì con la sua sofferenza destinata a espiare il peccato del popolo. Si legge, infatti, in Isaia: «Egli è stato tra tto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità… Per le sue piaghe siamo stati guariti» (53,5).

La pagina isaiana, che forse evocava un profeta o Geremia o Mosè o lo stesso Israele perseguitato o un maestro di sapienza, viene così illuminata con la luce che proveniva dalla passione, morte e risurrezione di Cristo. Non era più la via della regalità a liberare dal male, ma era il «servizio» umile, la donazione sacrificale a operare la salvezza. In finale il Signore fa però contemplare al suo ‘ebed lo splendore del suo volto, lo abbraccia nell’intimità della sua gloria e gli consegna «in premio le moltitudini » da lui redente (53,12).

Concludiamo evocando un’altra scena biblica, quella dell’assemblea di Israele appena entrato nella terra promessa: a Giosuè, la guida succeduta a Mosè, che interpella il popolo per una scelta di fedeltà al Signore, il popolo risponde compatto: «Noi serviremo (‘abad) il Signore, nostro Dio, e ascolteremo la sua voce!» (si legga Giosuè 24,1-24 ove echeggia per 14 volte il verbo «servire» nel senso alto del termine sopra descritto). E, come proclama il Salmista, «il Signore riscatta sempre la vita dei suoi servi (‘ebed)» (Salmo 34,23).


25 marzo 2021

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