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mercoledì 01 dicembre 2021
 
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Cardinale arcivescovo e biblista

HAJAH: vivere

Questo verbo e l’aggettivo corrispondente fanno riferimento sia alla realtà biologica, sia a quella più alta e trascendente che include una dimensione morale e religiosa

«Perché cercate tra i morti colui che è vivo?»: così le due figure angeliche interpellano le donne accorse al sepolcro di Cristo nell’alba di pasqua (Luca 24,5). Il «vivente» è un titolo specifico di Dio, come giura il profeta Elia davanti al re Acab: «Per il Signore vivente, Dio di Israele, alla cui presenza io sto» (1Re 17,1). Questa volta, perciò, proporremo il verbo ebraico hajah (la prima h è aspirata), «vivere», che risuona 777 volte nell’Antico Testamento. Importante è l’aggettivo haj (236 volte), «vivente», che è applicato, come si è visto, a Dio ma anche alle persone umane: il nome Eva deriva appunto da questo aggettivo ed è spiegato dalla Genesi (3,20) come «madre di tutti i viventi».

La vita è una realtà fondamentale che si presenta con due volti: c’è la vita fisica, che il greco chiama bíos (donde il nostro termine «biologia »), ma c’è anche la vita con un significato più alto, la zoê in greco (donde il nostro «zoologia»). La Bibbia esalta entrambe le dimensioni e lo fa in mille forme che possono essere ordinate lungo le due traiettorie sopra indicate.

La prima è quella della vita fisica che pulsa anche negli animali, tant’è vero che Dio si preoccupa di imporre a Noè di introdurre nell’arca «ogni carne in cui c’è un respiro di vita» (Genesi 7,15), così da salvare anche queste creature viventi dal diluvio. Naturalmente è l’uomo il primo di questi esseri viventi: «Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un respiro di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Genesi 2,7). Il rispetto della vita fisica è celebrato attraverso il sangue che non deve essere né toccato né versato perché è considerato un segno vitale radicale (vedi Genesi 9,4-6).

C’è, però, anche un secondo significato del verbo hajah e dell’aggettivo haj e ci conduce verso una dimensione trascendente, oltre la qualità meramente biologica. Nel giardino dell’Eden, infatti, si leva l’«albero della vita» (Genesi 2,9), un simbolo di immortalità, ben noto anche alle civiltà circostanti, come si legge nella famosa Epopea di Gilgamesh in cui l’eroe mesopotamico va alla ricerca dell’albero che fa «diventare giovane il vecchio» e lo fa vivere per sempre come la divinità.

La dimensione religiosa e morale della vita è celebrata a più riprese, soprattutto in occasione dell’alleanza tra il Signore e Israele al Sinai. È ciò che Mosè esige come impegno corale del popolo eletto: «Scegli la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e aderendo a lui, poiché è lui la tua vita» (Deuteronomio 30,19-20). È la vita che nasce, quindi, dalla fedeltà morale e spirituale e, secondo la lezione reiterata dai sapienti di Israele, essa è alimentata dalla sapienza e dalla giustizia.

Concludiamo con una dichiarazione sintetica solenne che appartiene a uno dei libri scritti in greco dell’Antico Testamento, quello della Sapienza. Anche se non usa l’ebraico, il sottofondo tematico è sempre lo stesso ed è formulato in modo incisivo: «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti domina sulla terra. La giustizia infatti è immortale» (1,13-15).


15 aprile 2021

 
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