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sabato 25 giugno 2022
 
50 parole greche del Nuovo Testamento Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

HÔRA: ora, tempo

«Era l’ora terza [le nove del mattino] quando lo crocifissero… Quando fu l’ora sesta [mezzogiorno], si fece buio su tutta la terra, fino all’ora nona [le tre pomeridiane]. E all’ora nona Gesù gridò a gran voce: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Così l’evangelista Marco scandisce la cronologia di quel giorno primaverile, forse dell’anno 30 (15,25.33-34), una data capitale nella storia dell’umanità, che verrà commemorata anche nel prossimo venerdì santo, il 15 aprile.

È stato spontaneo, perciò, scegliere come vocabolo da meditare proprio la parola greca hôra, che è entrata anche nella nostra lingua. Certo, c’è un aspetto temporale in questo termine, una dimensione che spesso appare nelle 106 volte in cui ricorre nel Nuovo Testamento. Pensiamo, per esempio, alla sequenza delle ore terza, sesta e nona che appaiono nella parabola degli operai assunti a lavorare nella sua vigna da un proprietario che sorprenderà alla fine per il curioso trattamento salariale (Matteo 20,1-16). Oppure ricordiamo che Gesù si incontra con la donna samaritana all’ora sesta presso il pozzo di Giacobbe, nel momento più caldo del giorno (Giovanni 4,6).

Tuttavia, è proprio il quarto evangelista ad assegnare all’ora della crocifissione e morte di Cristo un valore che supera la mera cronologia. È ciò che appare agli esordi stessi del suo ministero pubblico, quando a Cana di Galilea compie il suo primo «segno», cioè un miracolo dal significato ulteriore rispetto alla semplice offerta di un vino abbondante al pranzo nuziale. La parola «ora» risuona sulle sue labbra nell’apparentemente gelida risposta all’essenziale e concreta osservazione di Maria, sua madre: «Non hanno vino» (2,3). Cristo replica: «Donna, che vuoi da me [letteralmente: che c’è tra me e te?]? Non è ancora giunta la mia ora!» (2,4).

In realtà, la frase usata da Gesù ricalca un modulo dialogico del mondo semitico, ed è meno brutale di quanto suona alle nostre orecchie. Infatti, con essa si segnalava solo la diversità dei punti di vista riguardo a una particolare questione. La madre rimanda alla mancanza materiale di vino, Cristo si pone in un’altra prospettiva di taglio simbolico, ed è appunto il riferimento all’«ora» che non è ancora giunta. Dovremmo scrivere la parola con la maiuscola, «Ora», perché nel linguaggio dell’evangelista Giovanni con essa si allude all’evento fondamentale della vita di Cristo, cioè alla sua passione, morte e glorificazione, non a una data, quindi, ma a un momento supremo.

Così, per esemplificare, quando si tenterà di arrestare Gesù, l’evangelista annota che «nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua Ora» (7,30), frase ripetuta per un altro tentativo di arresto (8,20). L’Ora alla fine si compie: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua Ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (13,1). E nel cenacolo egli inizierà così la preghiera terminale dei discorsi dell’ultima cena: «Padre, è venuta l’Ora…» (17,1).

La risposta di Gesù a Cana, allora, non era sdegnata né conteneva un disimpegno, ma esprimeva una diversa prospettiva che Cristo faceva già balenare a sua madre. Il dono del vino non deve essere iscritto nel registro degli atti prodigiosi, ma deve essere orientato verso quella meta che dà senso a tutta l’esistenza e all’opera precedente di Cristo, e che è appunto la sua Ora. Non per nulla, in finale di scena, l’evangelista parla del miracolo di Cana definendolo «un segno» (2,11) che è proteso proprio verso quell’Ora suprema di cui è indizio ed emblema. E, dopo la morte di Gesù in croce, Maria scenderà dal Golgota e Giovanni annoterà, quasi a stabilire un ponte con il lontano evento di Cana: «Da quell’Ora, il discepolo [prediletto] l’accolse con sé» (19,27). 

 

 


07 aprile 2022

 
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