logo san paolo
martedì 28 giugno 2022
 
50 parole greche del Nuovo Testamento Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

KÊRÝSSÔ - KÊRYGMA: annunciare, proclamare, predicare

«Io sono stato costituito messaggero, apostolo e maestro». Così san Paolo si autodefinisce nella Seconda Lettera al discepolo Timoteo (1,11), e la prima parola greca che usa per indicare la sua missione è kêryx, araldo, annunciatore. Nel nostro vocabolario neotestamentario fondamentale introduciamo ora il verbo che ha generato quel kêryx e un’altra parola che forse non pochi lettori hanno sentito usare dai loro sacerdoti: kêrygma, annuncio, proclamazione. Stiamo parlando del verbo kêrýssô che designa l’atto del lanciare il messaggio cristiano a un pubblico che lo ignora. Proprio perché è rilevante, questo verbo risuona 61 volte, soprattutto nei Sinottici, ossia Matteo, Marco e Luca, ma anche in san Paolo che nel suo primo scritto cronologico dichiara come sua missione «l’annunciare (kêrýssô) il vangelo di Dio» (1Tessalonicesi 2,9).

È interessante notare che, appena entrato sulla scena pubblica, a Cristo è applicato questo verbo: «Gesù cominciò a predicare (kêrýssô) e a dire: Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino» (Matteo 4,17). Un annuncio che, come è evidente, unisce l’impegno umano della conversione e l’azione divina che irrompe col suo regno di giustizia e salvezza. Il Vangelo di Marco aveva già formulato questa prima «predica» di Gesù, esemplare per brevità a differenza di quanto accade a molti predicatori, approfondendo le due componenti, la divina e l’umana: «Gesù andò nella Galilea, proclamando (kêrýssô) l’evangelo di Dio e diceva: Il tempo è giunto a pienezza e il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete nell’evangelo» (1,14-15).

Altrettanto significativo è che questo verbo echeggia anche nelle ultime parole che il Risorto rivolge ai suoi discepoli nel Vangelo di Luca: «Saranno predicati (kêrýssô) a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati» (24,47). La scena emblematica che vorremmo presentare è sempre nel terzo Vangelo e ha come cornice la modesta sinagoga del suo villaggio, Nazaret. Il suo luogo oggi è liberamente identificato in un edificio rettangolare, trasformato in chiesa fin dal 1741, di origine medievale crociata. In arabo quel tempio è chiamato Madrasat al-Masih, «Scuola del Messia».

Infatti Gesù, ancora agli inizi della sua missione pubblica, era entrato in quella sinagoga durante il culto sabbatico, ed era stato invitato a leggere la Bibbia in pubblico. In quel giorno il «lezionario» contemplava un brano autobiografico del profeta Isaia (61,1-2): «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare il lieto annuncio [evangelizzare, in greco] ai poveri, a proclamare (kêrýssô) ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare (kêrýssô) l’anno di grazia del Signore» (Luca 4,18-19). Alla lettura Gesù farà seguire una sua «predica» brevissima: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (4,21).

In questo brano si delinea, da un lato, il legame tra il proclamare (kêrýssô) e l’evangelizzare, atto fondamentale della Chiesa stessa. Paolo arriverà al punto di affermare: «Cristo non mi ha inviato a battezzare ma ad evangelizzare» (1Corinzi 1,17). D’altro lato, emerge chiaramente il contenuto di liberazione, di salvezza, di amore del kêrygma, cioè dell’annuncio di Cristo e dei suoi discepoli. È questo l’impegno che deve reggere le nostre comunità, l’azione pastorale e la testimonianza, ed è per questo che il verbo kêrýssô e il sostantivo kêrygma, che ora abbiamo imparato a conoscere, devono essere quasi un vessillo e un motto, come san Paolo ammonisce il suo discepolo Timoteo: «Annunzia (kêrýssô) la Parola» (2Timoteo 4,2). E se è lecita una nota marginale personale, ho scelto proprio questo monito paolino come mio motto episcopale.


03 febbraio 2022

 
Pubblicità
Edicola San Paolo