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domenica 23 giugno 2024
 
Il blog di Gianfranco Ravasi Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

Le porte del peccato

«Ti sono mai state mostrate le porte della morte, hai mai visto i portali delle ombre mortali?». Così Dio interpella Giobbe (38,17) riguardo alla frontiera che corre tra la terra dei viventi e l’abisso della morte. È un confine segnato da porte simboliche che si aprono su una «città dolente», come dirà Dante alle soglie dell’Inferno. Già Cristo aveva dichiarato che «le porte degli inferi non prevarranno» sul regno di Dio e sulla sua Chiesa (Matteo 16,18). Stiamo, dunque, varcando anche noi quelle porte che si spalancano sui peccati che sono stati definiti come «capitali», sono, cioè, come colonne di un edificio tenebroso, sono i fondamenti della degenerazione morale. Sono stati, perciò, chiamati anche «mortali» perché conducono alla morte spirituale, al declino interiore.

Come abbiamo ribadito nelle precedenti tappe del nostro viaggio nel mondo della colpa, i peccati sono la devianza perversa da una virtù: ad esempio, la giusta autocoscienza delle proprie qualità si deforma nell’idolatria prepotente dell’Io attraverso il vizio della superbia.

Ebbene, la tradizione – soprattutto col monaco Giovanni Cassiano, vissuto tra il IV e il V secolo – ha catalogato sette vizi capitali in questa sequenza: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, pigrizia (curiosamente gli autori orientali ne aggiungevano un ottavo, la tristezza, che gli occidentali unirono alla pigrizia o accidia).

Ai nostri giorni c’è stato il tentativo di variare la denominazione o di introdurre nuovi vizi, come ad esempio ha fatto nel 2003 il filosofo Umberto Galimberti che ha proposto un altro settenario da integrare e attualizzare rispetto a quello classico: consumismo, conformismo, spudoratezza, sessomania, sociopatia, rigetto/diniego, vuoto interiore.

A nostra volta potremmo – sempre esemplificando – allegare anche il vizio del gioco, che non è solo ludopatia da curare ma anche frutto di egoismo, di anelito di possesso, di avidità. Gesù stesso aveva suggerito una lista di dodici vizi che «escono dal cuore dell’uomo»: «fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigia, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza» (Marco 7,21-22).

L’apostolo Paolo, a sua volta, a più riprese elenca una serie vasta di peccati. Così, nella Lettera ai Romani individua ben 21 vizi che affliggono l’umanità, secondo la simbologia delle cifre (tre per sette) che indicano pienezza: si legga il passo 1,29-31 di quello scritto fondamentale paolino. Altre volte ne elenca 14 (7x2), come accade nella Prima Lettera a Timoteo (1,9-10), e così via, seguendo una prassi che era tipica anche nella cultura del suo tempo, soprattutto nella filosofia stoica.

Sterminata, poi, è la ripresa dei vizi nella letteratura di tutti i tempi (Dante è un modello supremo), nel teatro, nello stesso cinema e soprattutto nell’arte. Basti solo rimandare a due capolavori di un grande pittore fiammingo vissuto tra il XV e il XVI secolo, Hieronymus Bosch, custoditi a Madrid nel Museo del Prado. Il primo s’intitola proprio I sette peccati capitali: i vari vizi si stendono attorno a una sfera centrale che è simile a un occhio nella cui pupilla appare il Cristo risorto che ammonisce in latino: Cave, cave, Dominus videt!, «Bada bene, il Signore vede!». 

L’altra opera imponente è il Trittico del giardino delle delizie dalle immagini molteplici e complesse che riescono a rappresentare con una serie impressionante di scene provocatrici le miserie morali umane sottoposte al giudizio divino. 

Ma concludiamo con un’amara considerazione del Re Lear di Shakespeare: «Attraverso i panni laceri si mostrano subito i piccoli vizi, mentre i paludamenti e le pellicce li nascondono tutti, piccoli e grandi».

 

 


26 gennaio 2023

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