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sabato 27 novembre 2021
 
50 parole ebraiche usate da Gesù Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

MÈLEK: re

Questa domenica, conclusiva dell’anno liturgico, è dedicata a Cristo re dell’universo. È spontaneo, perciò, scegliere la parola ebraica corrispondente, mèlek, la terza per uso nell’Antico Testamento (2.526 volte), dopo il nome divino Jahweh e ben, «figlio». Da questo termine ne sbocciano altri come il verbo malak, «regnare» (346 volte), malkût, «regno» (117 volte), malkah, «regina» (35 volte). Siamo di fronte a una costellazione omogenea di vocaboli che entrano anche nei nomi propri di persona come Melchisedek, «re di giustizia» o Abimelek, «mio padre (Dio) è re».
Naturalmente il titolo, applicato anche a Dio, era desunto dalle civiltà dell’antico Vicino Oriente e dalla stessa esperienza di Israele che – sia pure tra contrasti – aveva scelto il regime monarchico attorno alla metà dell’XI sec. a.C. con la mediazione poco convinta del profeta Samuele, che consacra il primo re Saul (1Samuele 8-10). Come sappiamo, sarà però Davide a costituire una vera e propria dinastia, destinata a essere la via storica al messianismo. Rilevante, a livello teologico, sarà il concetto di «Regno di Dio», dal duplice significato: attivo di «governo e signoria» del Signore, e passivo di «popolo e terra governati» con giustizia da Dio.
Il contenuto religioso di questo tema implica il progetto di un mondo armonico, di una società giusta, di un orizzonte in cui l’umanità aderisce al piano concepito e voluto dal Creatore. Questo progetto – che è stato purtroppo incrinato e devastato dal peccato dell’uomo – è cantato nei cosiddetti «Salmi del Signore re» (47; 93; 96-99): «Il Signore regna! È stabile il mondo, non potrà vacillare. Egli governa/giudica i popoli con rettitudine… Egli viene a governare/giudicare la terra, governerà/giudicherà il mondo con giustizia e nella sua fedeltà i popoli» (Salmo 96,10.13).
Abbiamo usato due verbi perché il termine ebraico significa sia «governare», sia «giudicare»: l’atto fondamentale del sovrano è seguire una politica di giustizia e, quindi, essere giudice giusto, come si ribadisce con vigore nei canti regali messianici. «O Dio, affida al re il tuo diritto e al figlio del re la tua giustizia. Egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia e i tuoi poveri secondo il diritto. Le montagne portino pace al popolo e le colline giustizia. Ai poveri del popolo renda giustizia, salvi i figli del misero e abbatta l’oppressore» (Salmo 72,1-4).
Si comprende, così, perché Gesù abbia posto al centro della sua predicazione il tema del Regno di Dio fin dagli inizi: «Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino!» (Matteo 4,17). La formula parallela «Regno dei cieli» è cara a Matteo per evitare, secondo lo stile giudaico, l’uso del nome divino sacro e impronunciabile. Il concetto è, comunque, una ripresa dell’Antico Testamento. La rappresentazione del Salmista è netta: «Giustizia e diritto sono la base del suo trono… Il Signore ha posto il suo trono nei cieli e il suo regno domina l’universo» (Salmi 98,9; 103,19).
Sulla scia di queste affermazioni, anche Cristo a Pilato dichiarerà così: «Io sono re», anche se «il mio regno non è di questo mondo» (vedi Giovanni 18,33-37). Ed Egli stesso si rappresenterà proprio come re-giudice nella grandiosa scena del giudizio finale: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria… Allora il re dirà a quelli che sono alla sua destra…» (Matteo 25,31.34). Per questo, l’odierna liturgia esalta la missione di Cristo re di instaurare «un regno di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace».

 

 

 

 

 


18 novembre 2021

 
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