logo san paolo
sabato 04 dicembre 2021
 
50 parole ebraiche usate da Gesù Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

QODESH: santità, sacralità

La solennità del 1° novembre ci ricorda che fin dall’antichità “essere santi” unisce la dimensione rituale e sacrale con la scelta personale di adesione a Dio nella fede e nell’amore

 

In questa settimana cade la solennità di Tutti i Santi: abbiamo, allora, scelto il vocabolo ebraico corrispondente. In realtà, sono due termini fratelli tra loro: il sostantivo qodesh, «santità, sacralità», che ricorre 469 volte, e qadôsh, l’aggettivo collegato, «santo, sacro», presente nell’Antico Testamento 116 volte. Noi siamo soliti considerare come sinonimi «sacro» e «santo» mentre, pur nelle innegabili connessioni, i due aggettivi non coincidono pienamente. Cerchiamo, allora, di definirne la linea di demarcazione.
Il «sacro» è una realtà oggettiva, isolata dal resto e riservata al servizio divino. Così «sacro» è lo spazio che viene circoscritto per edificare un tempio, «sacro» è il sacerdote che diventa il gestore del tempio e dei riti, «sacri» sono gli oggetti, gli arredi, i cibi rituali, gli animali sacrificali che sono sottratti all’uso profano e destinati alle celebrazioni liturgiche. Si legge, ad esempio, nel libro del Levitico, il testo-norma del qodesh/qadôsh: «I sacerdoti saranno sacri al loro Dio e non profaneranno il nome del loro Dio, perché sono loro che presentano al Signore sacrifici consumati nel fuoco, cibo del loro Dio; per questo sono sacri… Il sacerdote sarà per te sacro perché io, il Signore, che vi consacro, sono santo/sacro» (Levitico 21,6.8).
Il sacro, quindi, è ciò che è consacrato ritualmente e – come si diceva – la sacralità (qodesh) è una qualità oggettiva, determinata attraverso alcune regole e suggellate da Dio stesso e dal suo intervento efficace benedicente e consacrante. Per questo ai piedi del Sinai Israele è presentato come «un regno di sacerdoti e una nazione santa», ossia consacrata a Dio (Esodo 19,6) e questa definizione sarà applicata dalla Prima Lettera di Pietro alla Chiesa (2,9). Detto questo, dobbiamo delineare il profilo della «santità» in senso stretto. 
Pur partecipando anche della sacralità, il santo è colui che aderisce a Dio nella fede e nell’amore, attraverso un’esistenza giusta. Siamo, quindi, in presenza di un concetto soggettivo, cioè che sboccia all’interno della persona, della sua libertà, della volontà e dell’azione. I profeti si sono ripetutamente battuti per impedire ogni scissione tra il «sacro» oggettivo dei riti e il «santo» dell’adesione soggettiva e personale del fedele. Per questo essi sembreranno deprezzare il culto sacrale a favore dell’impegno esistenziale e sociale nella santità della vita (ad esempio, si legga Isaia 1,10-20 o Amos 5,21-24). 
In realtà, il loro è un appello vigoroso a far incrociare la sacralità sacrificale, rituale e liturgica con la santità vitale, espressa nella giustizia, nell’amore e nella verità.  
In questa luce Dio è «santo, santo, santo», come ripetono i serafini della visione avuta da Isaia nel giorno della sua vocazione (6,3), sia perché è trascendente, separato dal limite e dalla miseria della creatura umana, e quindi sacro, sia perché è giusto, vero, è un Dio morale, non indifferente al male.
In Dio santità e sacralità sono unite, e lo devono essere anche nei fedeli che sono consacrati a Dio attraverso la circoncisione (il battesimo per i cristiani), ma che devono essere santi nella loro esistenza morale, attraverso la «circoncisione del cuore», cioè della coscienza (Deuteronomio 10,16; Geremia 4,4).


28 ottobre 2021

 
Pubblicità
Edicola San Paolo