La causa di beatificazione di don Roberto Malgesini, sacerdote della diocesi di Como ucciso il 15 settembre 2020 da una persona che assisteva abitualmente, è entrata nel suo primo stadio ufficiale, con la raccolta di documenti, testimonianze e scritti per valutare la sua vita cristiana, la sua fama di santità e le circostanze della sua morte. Nel caso di don Roberto si è scelta la procedura detta super oblatione vitae ("sull'offerta della vita"), una forma riconosciuta da papa Francesco nel 2017 per coloro che, seguendo Cristo, hanno liberamente e stabilmente offerto la propria vita per il bene degli altri fino ad accettarne il rischio estremo.

Attraverso l’ascolto di almeno una quarantina di testimoni, si spera di poter portare a termine la fase diocesana entro un anno.

In questo caso, gli atti saranno inviati a Roma per l'esame del Dicastero delle Cause dei Santi. In seguito, per arrivare alla beatificazione attraverso questa via, sarà normalmente necessario il riconoscimento di un miracolo attribuito alla sua intercessione.

Ma chi è stato davvero don Roberto Malgesini? Chi scrive nel 2021 ha cercato di ricostruire la sua figura raccontando le storie e raccogliendo le voci di chi gli è stato più vicino nel libro Asciugava lacrime con mitezza (San Paolo). Eccone alcune:

I familiari di don Roberto Malgesini ricevuti in udienza da papa Francesco
I familiari di don Roberto Malgesini ricevuti in udienza da papa Francesco

I familiari di don Roberto Malgesini ricevuti in udienza da papa Francesco

(ANSA)

Secondo mamma Ida, don Roberto, anzi Robi, era solo uno dei suoi quattro figli, con Mario, Enrico e Caterina. Aveva immaginato di avere anche lui un giorno, come gli altri, nell’autofficina che con il marito Bruno gestiva a Regoledo, in Valtellina, fin dal 1963. La strada era già segnata: il diploma in ragioneria e poi l’impiego come cassiere in banca per farsi le ossa in attesa di prendere in mano la contabilità dell’azienda. Ma un giorno alla fine dell’estate, il suo Robi le ha detto: “Mamma, voglio farmi prete”. Il mondo le è crollato addosso. Ha pensato: “Ho perso Robi per sempre”. Così pian piano si è rassegnata a non avere uno dei suoi figli sempre con sé. Ma poi vedeva che quando Robi tornava, almeno una volta alla settimana, era sempre felice. Non raccontava mai cosa faceva a Como. Piuttosto, voleva sapere cosa facevano loro e soprattutto giocava con i quattro nipotini. Con Tommaso, il più grande, condivideva una grande passione, il Milan, e appena poteva andavano insieme a San Siro a vedere le partite dei rossoneri. Con l’arrivo della pandemia, per quattro lunghi mesi mamma Ida non ha potuto rivedere il suo Robi. E quando è stato possibile, ha potuto solo salutarlo dalla finestra perché la paura era ancora tanta e lui non se l’è sentita di salire. Solo in estate si sono finalmente concessi una gita sul lago di Como. È stata l’ultima volta che mamma Ida ha visto la sua famiglia tutta riunita. Poche settimane dopo, una brutta mattina a casa Malgesini è squillato il telefono.

Cultura e spettacoli

«Io, convertito in carcere da don Roberto Malgesini»

«Io, convertito in carcere da don Roberto Malgesini»
«Io, convertito in carcere da don Roberto Malgesini»

Nella mente di Ridha, uno dei tanti disperati che gravitavano attorno alla sua chiesa di San Rocco a Como, quel prete sempre sorridente era uno dei due artefici, assieme al suo avvocato, del complotto ordito contro di lui che aveva come obiettivo la sua espulsione dall’Italia. Una mattina di settembre ha preso un coltellaccio e ha cercato il suo legale per fargliela pagare. Don Roberto, invece, l’ha trovato davanti al sagrato della sua chiesa. Come sempre, stava caricando la sua Panda tutta ammaccata con brioches, pizzette e the caldo che poi avrebbe distribuito a persone come lui. Per questo, quando il sacerdote ha visto Ridha, non si è insospettito. Anzi, gli ha sorriso e gli ha chiesto come andava il suo mal di denti. Lui stesso, pochi giorni prima, lo aveva accompagnato dal dentista. Ma Ridha ha tirato fuori il suo coltello e ha iniziato a colpirlo come una furia. Pochi minuti dopo, mentre Ridha si consegnava ai carabinieri, don Roberto faceva in tempo a dire un’ultima parola a chi era accorso sentendo le sue urla e lo aveva trovato a terra coperto di sangue: “Grazie”.

Secondo Domenico Isdraià, ex capo delle guardie del carcere di Como, don Roberto era un caro amico su cui poter sempre contare. Quando qualche detenuto si lasciava vincere dalla disperazione e minacciava di far male a sè stesso e agli altri, Domenico lo chiamava, lui arrivava e incredibilmente risolveva la situazione. A volte senza nemmeno pronunciare una parola, ma solo con il suo sorriso, riusciva a far tornare la fiducia nella vita in persone che l’avevano persa. Per questo, per tutti i detenuti, don Roberto era un punto di riferimento: per avere un maglione nuovo, un pacchetto di sigarette, per recapitare un messaggio a un amico o alla moglie. La sua canonica è ancora colma di oggetti di ogni tipo: biciclette, documenti, scarpe, vestiti. Appartengono a persone che don Roberto aveva incontrato al Biassono e che erano abituate a entrare e a uscire dal carcere a causa dei piccoli reati che commettevano. Quando rientravano in cella, alla prima occasione gli chiedevano se poteva prendersi cura delle loro cose e lui li accontentava. Quando è arrivata la notizia delle sua morte, al Biassono c’è stata un mezza rivolta: i detenuti hanno fatto capire che se l’assassino di don Roberto fosse finito tra la loro, sarebbe finita molto male. Ora un bellissimo murale che insieme hanno disegnato nel cortile lo ricorda per sempre. Domenico, invece, che nel frattempo è andato in pensione, ha messo una sua foto sulla sua scrivania: «Sembra che mi guardi. Ancora non riesco a credere che non ci sia più».

Anche secondo i medici e gli infermieri dell’ospedale Sant’Anna di Como, don Roberto era una risorsa preziosa su cui poter sempre contare. Nel 2016 la città in riva al lago fu al centro delle cronache perché diventò l’avamposto da cui migliaia di profughi speravano di passare il confine con la Svizzera. Nel durissimo inverno, la stazione si trasformò in un accampamento. Uomini, donne e tanti minori senza genitori rischiavano ogni notte di morire assiderati. Tra i medici e infermieri della Croce Rossa che si aggiravano tra quei disperati, c’era lui, quel prete mingherlino sempre pronto a privarsi del suo giubbotto per darlo a qualche ragazzo, a curare piaghe e ferite, senza badare al rischio di essere contagiato da qualche malattia. Ha continuato a farlo anche quando è arrivata la pandemia e i medici dell’ospedale non riuscivano più a curare come si deve tutti. Allora spesso lo chiamavano, gli comunicavano le cure che avevano prescritto per quel malato che non potevano trattenere e don Roberto si preoccupava di accertarsi che la terapia fosse eseguita. Una volta in stazione trovò una prostituta nigeriana che sputava sangue. La avvolse in una coperta e la portò in ospedale. Lì le fecero una lastra da cui risultava che aveva la tubercolosi. Per curarla al meglio era necessario trasferirla nella struttura specializzata di Sondalo, in Alta Valtellina, a due ore da lì. Solo che le ambulanze erano tutte impegnate per i malati di Covid. Don Roberto allora non ci pensò su due volte: caricò quella ragazza sulla sua vecchia Panda e la portò fino a Sondalo. La pneumologa Chiara Moras lo ricorda così: «Penso di non averlo mai visto stanco, arrabbiato, ombroso, anche quando le situazioni che affrontava erano davvero difficili. Noi ce lo ripetevamo sempre: “Ma come farà?“».

Per Sophia Loren, don Roberto era Fausto Leali. Chissà com’era finita su quella panchina dove passava i suoi giorni e le sue notti. Di sicuro, quando qualcuno le chiedeva il suo nome, lei rispondeva pronta: «Io sono Sophia Loren». Ma questo, a dire il vero, accadeva di rado. Perché come una vera diva, difficilmente si concedeva agli altri. Guai soprattutto a tentare di darle una mano: Sophia Loren diventava brusca, anche cattiva, perché una diva sa sempre cavarsela da sola e nessuno può permettersi di dirle cosa deve fare. Quando era in buona, però, le piaceva fare un gioco: affibbiare il nome di un personaggio dello spettacolo alle persone che vedeva. Così quando vide quel prete con capelli un po’ arruffati disse che era Fausto Leali. Un giorno Fausto Leali si presentò da lei con un paio di scarpe nuove. Lei lo cacciò via in malo modo, ma il giorno dopo lui era ancora di fronte a lei con un altro paio di scarpe. La scena si ripetè identica, ma Fausto Leali non era un tipo da arrendersi così facilmente. Finché, forse per sfinimento, Sophia Loren accettò di buttare via le scarpe tutte sfondate che portava per indossare quelle che le aveva portato il suo strano ammiratore. Che però non si accontentò e si ripresentò con una borsetta. «È orrenda, come puoi pensare che io possa portarla!». Anche stavolta Fausto Leali non si scoraggiò e ritornò finché non trovò una borsetta che le andasse a genio. E così, piano piano, dopo averle fatto riscoprire la sua femminilità, Fausto Leali riuscì a far breccia nel cuore della diva che, tra un regalo e l’altro, iniziò a liberarsi di quell’abisso di dolore che l’aveva inchiodata su quella fredda panchina. Ora Sophia Loren vive serena in una comunità in Svizzera. Fausto Leali, il “suo” Fausto Leali, una mattina di settembre ha smesso di regalare scarpe e fiducia nella vita alle persone come lei.

Per don Roberto Bartesaghi, don Roberto è stato l’amico di una vita. Si sono conosciuti in seminario e subito tra loro si è creato un rapporto di forte complicità. Quasi coetanei, il primo si era appena laureato in chimica, mentre il secondo aveva lavorato in banca. Ben presto, scoprirono di avere una grande passione in comune: la montagna. I rifugi della Grigna, del Bollettone e di tanti altri monti per loro non avevano segreti: erano capaci di camminare ore e ore insieme, senza stancarsi mai. A volte don Roberto allungava il passo e allora si fermava ad aspettare il suo amico a braccia conserte. Una volta al mese, con gli altri compagni di seminario, si ritrovavano in un ristorante. Don Roberto raccontava dei suoi incontri, di quel panettiere che era sempre in prima fila nelle manifestazioni contro immigrati e senzatetto, ma che ogni sera era felice di donargli il pane che gli era avanzato, sapendo benissimo che la mattina dopo avrebbe sfamato proprio quelle persone contro cui era sempre pronto a dire peste e corna. Oppure di quella volta che un vigile, eseguendo un’ordinanza del Comune che vietava di dare assistenza ai senzatetto, gli fece una bella multa perché lo colse in flagrante mentre donava qualche coperta e la colazione a un uomo che cercava un po’ di ripararsi dal gelo sotto uno dei tanti bei portici che adornano il centro di Como. Il giorno dopo don Roberto si era presentato dai vigili e aveva dato la benedizione di Natale, senza far alcun cenno a quanto era accaduto. La multa era poi stata archiviata. Come due veri amici, a volte i due don Roberto non filavano sempre d’amore e d’accordo, ma le discussioni non si tramutavano mai in veri litigi, perché “il Malge” restava impassibile o al massimo se ne andava per tornare dopo pochi minuti e sorridere come se nulla fosse successo. Tante volte, in particolare, don Bartesaghi ha raccomandato al suo amico di stare attento, perché le persone che tutti i giorni incontrava potevano reagire in modo imprevedibile. Lui, allora, alzava le spalle e sorridendo rispondeva: «Al massimo vado da Gesù».